Dire al proprio capo "Mi ha rotto il c…" non è un'offesa. Un operaio di Pontedera, Massimo Ciurli, si era rivolto al suo datore di lavoro in questi termini e fu licenziato per insubordinazione grave. Il giudice del lavoro di Pisa, tuttavia, ha stabilito che l'espressione non costituisce offesa e per questo ha ordinato alla Comes, azienda metalmeccanica, il reintegro dell'operaio. 

I fatti risalgono all'ottobre del 2013 ed a riportare la vicenda è Il Tirreno. Il giudice ha ritenuto la condotta del lavoratore originata "dall'esasperazione provocatagli dal comportamento aziendale" e che la frase fosse "priva di valenza ingiuriosa nell'attuale contesto sociale". L'operaio voleva usufruire di un permesso, ma non trovava il modulo per richiederlo: mandato più volte da capo officina e datore di lavoro, avrebbe quindi sbottato contro quest'ultimo. 

L’uso abituale di frasi volgari – si legge nell'ordinanza – non può togliere l’obiettiva capacità di ledere l’altrui prestigio, ma ve ne sono alcune di uso talmente diffuso, anche quali intercalari, che in relazione al contesto comunicativo perdono la loro potenzialità lesiva.

Ancora, l'ordinanza riporta anche quanto segue:

L’evoluzione del costume e la progressiva decadenza del lessico adoperato nei rapporti interpersonali, insieme ad una sempre maggiore valorizzazione delle espressioni scurrili come forme di realismo nelle arti (cinema, letteratura o teatro) ha reso alcune parolacce di uso sempre più frequente, attenuandone la portata offensiva.

Foto: Il Tirreno