Le parole di Fiammetta Borsellino, figlia minore del giudice Paolo Borsellino, ucciso nella strage di via D’Amelio nel 1992: «Non è Palermo che l’ha ucciso. Io non ho mai pensato di lasciare questa città come peraltro non fece mai neanche mio padre in quegli anni».

Fiammetta Borsellino: «Non è Palermo che ha ucciso mio padre»

La figlia di Paolo Borsellino parla a ridosso dell’anniversario della Strage di via D’Amelio, che costò la vita al giudice e agli agenti della scorta. «Non abbiamo più bisogno di sentenze di condanna che lo affermino e che tanto – purtroppo lo abbiamo ormai capito – non arriveranno mai. Per noi ormai sono chiare le connivenze, le omissioni, le menzogne, i depistaggi, le condotte sbagliate di uomini e donne delle istituzioni che non hanno avuto rossore a presentarsi in un’aula di tribunale e a balbettare monosillabi e sfilze di “non ricordo”».

Quindi aggiunge: «Ad essere offesi non siamo solo noi familiari ma l’intelligenza dell’intero popolo italiano». «Lo diceva anche mio padre che il fatto di non riuscire ad arrivare ad una sentenza, che non si riescano a trovare le prove, non significa che non ci siano colpe. E credo che per politici o magistrati anche avere una sola ombra sulla testa sia una colpa».

«Per me presenziare alle udienze dei processi per la strage di via D’Amelio è stato come un affacciarsi alla miseria umana, di magistrati e poliziotti che si vantano di successi che non hanno mai conseguito e non ricordano nulla di vicende che avrebbero dovuto segnare le loro vite ed essere scolpite nella loro memoria, impegnati come sono a difendersi spasmodicamente» spiega Fiammetta Borsellino.

Il Palazzo di giustizia “come un covo di vipere”

«Dopo 30 anni ormai miracoli non ce ne aspettiamo più, l’evidenza per noi è già una verità e una consapevolezza ma certo me ne sarei andata da quel palazzo di giustizia con uno stato d’animo diverso dal disgusto per questa miseria umana». «Una consapevolezza che, d’altra parte, aveva anche mio padre quando parlava a mia madre del Palazzo di giustizia di Palermo come di un covo di vipere. Un giorno le disse: “La mafia mi ucciderà quando i miei colleghi glielo permetteranno, quando Cosa nostra avrà la certezza che sono rimasto davvero solo”».

Fiammetta Borsellino non ha mai pensato di andare via dalla città di Palermo, come i suoi fratelli, e al capoluogo è molto legata: «Non è Palermo che l’ha ucciso – dice -. Io non ho mai pensato di lasciare questa città come peraltro non fece mai neanche mio padre in quegli anni. Nutro una passione viscerale anche se piena di conflitti nei confronti di questa città».

Quindi condivide alcuni ricordi: «A 15 anni andavo con padre Cosimo Scordato, il sacerdote dell’Albergheria, in giro per Ballarò a raccattare bambini da portar via dalla strada e quando potevo ci trascinavo anche mio padre che la domenica, quando era possibile, ci portava sempre a passeggiare nei vicoli del centro storico».

«Certo, Palermo è una città dalla quale sento il periodico bisogno di allontanarmi, sento ogni tanto questa cappa di oppressione, ma mi basta qualche giorno in campagna, i miei viaggi, ma non ho mai pensato di andare a vivere altrove. L’unica volta che ci ho provato è stato quando mi sono iscritta all’Università a Pavia, facevo giurisprudenza e prendevo ottimi voti ma non riuscivo a capire se me li davano perché mi chiamavo Fiammetta Borsellino o perché me li meritavo. E sono tornata presto».

«Ho messo le radici qui, nel centro storico di Palermo che amo follemente, con i miei bambini con cui lavoro da anni e che riuscivo persino a portare a casa quando ancora c’era papà. Glieli facevo trovare lì e riempivo la casa. E a lui piaceva tanto», conclude.

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