Il parco archeologico delle Cave di Cusa (Rocche di Cusa)

  • Nel territorio di Campobello di Mazara c’è un sito archeologico davvero interessante.
  • Proprio qui sono stati estratti i materiali per le costruzioni di Selinunte.
  • Scopriamo insieme un luogo che ha davvero tanto da raccontarci.

Di fronte alle grandi opere del Parco Archeologico di Selinunte, viene proprio da domandarsi come sia stata costruita tutta quella magnificenza. Non ci riflettiamo molto spesso, eppure per realizzare quei capolavori d’arte, serviva davvero grande impegno. Il materiale per le costruzioni selinuntine arrivava da un prezioso sito archeologico situato nel territorio di Campobello di Mazara, a sud-ovest di Castelvetrano (Trapani): le Cave di Cusa. Si tratta di cave di pietra, caratterizzate da banchi di calcarenite, estesi lungo circa 2 chilometri in prossimità della costa. Furono in uso dal VI secolo a.C. fino alla sconfitta da parte dei Cartaginesi, nel 409 a.C. Visitiamole insieme e scopriamone la storia.

La storia delle Rocche di Cusa

Ciò che colpisce nelle Rocche di Cusa è la brusca interruzione dei lavori di estrazione, di lavorazione e di trasporto dei rocchi di colonna. Ciò avvenne a causa della minaccia che incombeva sulla città nel 409 a.C., per l’improvviso sopraggiungere dell’esercito cartaginese. La repentina fuga dei cavatori, degli scalpellini e degli operai addetti, ci permette oggi di conoscere e seguire tutte le varie fasi di lavorazione: dalle prime profonde incisioni circolari, fino ai rocchi finiti che attendevano soltanto di essere trasportati via. Il viaggiatore e diplomatico tedesco Johann Hermann von Riedesel le ha descritte così: «A Campobello, si vedono le cave che hanno fornito questi massi giganteschi. Qui ci si può rendere conto di come gli antichi lavoravano: si vedono ancora capitelli e pezzi di colonne lavorate, metà fuori e metà dentro la roccia, così come si racconta di quelle egiziane da cui sono state ricavate le piramidi». C’è ancora altro da scoprire: proseguiamo.

Oltre a rocchi di colonne, nelle cave è possibile riconoscere anche qualche capitello, come pure incisioni rettangolari per ricavare dei blocchi squadrati, tutti destinati ai templi di Selinunte. Ci sono alcune gigantesche colonne allo stato ancora di primo abbozzo. Dei rocchi già estratti, alcuni erano pronti per essere trasportati via; altri, già in viaggio alla volta di Selinunte, furono abbandonati lungo la strada. Quasi al limite ovest delle Cave di Cusa si trova la cosiddetta Cava del Capitello, in cui si nota il resto di un capitello chiaramente sbozzato ma non completato. Tutto intorno c’è un terreno di straordinaria valenza naturale e paesaggistica, che dal 1977 si è arricchito di una zona umida, il “Pantano Leone”. Vediamo adesso come si lavorava la pietra.

La lavorazione della pietra nelle Cave di Cusa

Il procedimento per ricavare i tamburi delle colonne prevedeva innanzitutto una perfetta incisione circolare nella roccia. Dopo aver allargato questa verso l’esterno, estraendo dal solco la roccia con degli scalpelli, si creava un taglio ricurvo che, col procedere del lavoro, si approfondiva. L’operazione proseguiva fino a quando il tamburo non aveva raggiunto l’altezza desiderata, dopodiché si procedeva alla sua estrazione, distaccandolo dal fondo roccioso con l’aiuto di cunei che si facevano rigonfiare con l’acqua. Il trasporto dei rocchi avveniva per rotolamento. I blocchi squadrati, invece, si trasportavano per traino (sia su rulli che su carri tirati da buoi) forse dopo averli rivestiti con un’intelaiatura di legno. Foto: Franck Manogil.

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