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Non solo spiagge: ecco le curiosità sull’isola siciliana.

Le isole minori della Sicilia sono davvero straordinarie. Veri e propri paradisi per le vacanze, hanno conquistato la fama grazie al loro mare, ma c’è molto altro da scoprire. Sebbene siano piccole, infatti, racchiudono secoli di storia e affondano le radici in un passato ancora oggi evidente. Oggi vogliamo raccontarvi una Favignana segreta, di cui si parla poco. A rivelarcela è stata la trasmissione Il Provinciale di Rai2, con Federico Quaranta. Tra i paesaggi da favola dell’isola, infatti, sono custodite testimonianze preziose. Favignana è la più grande delle Egadi. Ha una innegabile bellezza. Fino al 6000 a.C. era collegata alla terraferma: la prova è data dalle lingue che si estendono da Trapani e dai bassi fondali di non più di 30 metri in quella direzione. I fenici la chiamavano Kàtria, per via del monte su cui, ancora adesso, ci sono i resti del Castello di Santa Caterina. Per i romani era Egusa, cioè “terra delle capre”. Il nome attuale lo deve al vento. Proseguiamo il nostro percorso e scopriamo le altre curiosità.

Favignana segreta e sotterranea

Si dice che Favignana sia cava. Qui, infatti, sono tanti i luoghi di estrazione di calcarenite e, in più, ne è stato estratto tanta da averla resa vuota all’interno. C’è chi sostiene che le cave siano collegate e si possa visitare dai sotterranei, spiega Federico Quaranta, sconsigliando naturalmente di farlo. Alcuni dei paesaggi più belli sono stati modellati proprio dalle cave. Lavorarci era molto faticoso: bisognava essere temprati nel corpo e nella mente. I favignanesi, gli operai, invecchiavano velocemente, per questo si impiegavano anche i carusi, i bambini, che seguivano i genitori nelle cave. Spazzavano la terra e tagliavano i blocchi, quindi si caricavano con i pesi. L’attività mineraria è durata per millenni, interessando quelle civiltà che hanno abitato sull’isola. Quando finiva l’estrazione, le cave venivano abbellite e trasformate in giardini. D’altronde “giardino”, in arabo, vuol dire “ciò che è stato reso bello”. I blocchi di calcarenite venivano trascinati fino a riva e fatti scendere lungo questi scivoli, fino a essere caricati sulle zattere, per il trasporto via mare. Chissà quante chiatte sono affondate. La calcarenite non era l’unica ricchezza. Ce n’era un’altra: il tonno.

La Tonnara di Favignana

Durante la mattanza, i pescatori intonavano un canto rituale, un rais dettava i tempi. Un misto di estasi ed eccitazione: un’immagine cruda della Sicilia tradizionale. Lavorare nelle tonnare era una fonte di guadagno. A volere la tonnara, a metà dell’Ottocento, fu Ignazio Florio: si paragonava alle più importanti industrie metallurgiche del nord. Il tonno veniva subito cotto e inscatolato e la mattanza era considerato un vero spettacolo. Camminando tra ciò che resta della fabbrica del tonno di Favignana, in mezzo all’archeologia industriale, pare di sentire le voci e il rumore delle macchine. Per vedere la puntata de Il Provinciale dedicata alla Sicilia Occidentale, potete cliccare qui. Foto: roberto – (CC BY 2.0).

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