Giovanni Brusca, chi è l’ex membro di Cosa nostra, oggi collaboratore di giustizia. Biografia: dove è nato, quanti anni ha, i processi e le condanne per omicidio, la Strage di Capaci, l’arresto. Come è soprannominato, dove si trova oggi.

Giovanni Brusca

Giovanni Brusca nasce a San Giuseppe Jato, in provincia di Palermo, il 20 febbraio del 1957, quindi ha 65 anni. È figlio del boss Bernardo Brusca e fratello di Emanuele ed Enzo Salvatore, tutti della “famiglia” di San Giuseppe Jato. Sin da giovanissimo è a contatto con la mafia locale.

Lavora come carpentiere, poi accudisce gli animali dai suoi zii e, prima di diventare maggiorenne, si dedica al commercio di nocciole, mandorle e olio. Entra nella cosca del padre nel 1976, a 19 anni. Agisce, insieme ad altri uomini, sotto le direttive di Salvatore Riina. Partecipa all’omicidio del colonnello Giuseppe Russo nel 1982 e anche ad alcuni delitti di mafia.

Prepara nel 1983 insieme ad altri l’autobomba per uccidere Rocco Chinnici e si attiva per pedinare il giudice Giovanni Falcone, studiandone le abitudini e gli orari. Il capitano dei carabinieri Mario D’Aleo, comandante della Compagnia di Monreale, ne intuisce lo spessore criminale e lo arresta per il danneggiamento di un automezzo, sottoponendo a pressanti indagini il padre Bernardo. La vendetta non tarda e D’Aleo viene ucciso nel 1983.

Stragi del 1992

L’anno seguente Giovanni Brusca è interessato da un mandato di cattura per associazione mafiosa. In seguito all’arresto del padre, il reggente del mandamento diviene Baldassare Di Maggio. Nel 1991 dà il via alla sua latitanza. Quando, nel 1992, i Corleonesi avviano la guerra contro lo Stato, Brusca è uno dei killer più spietati (per la sua ferocia, ha il soprannome di “scannacristiani”). Dirige la Strage di Capace e, come dichiara, si ritiene uno dei mandanti della Strage di via D’Amelio.

Partecipa anche all‘omicidio dell’esattore Ignazio Salvo. Dopo l’arresto di Riina, nel 1993, continua la strategia degli attentati dinamitardi, insieme ai boss Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro e ai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. Loro pianificano il sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo, per ritorsione contro il padre Santino, diventato collaboratore di giustizia.

Seguono attentati a Firenze, Milano e Roma nell’estate del 1993. La posizione di Giovanni Brusca, a questo punto, vacilla a causa delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. L’11 gennaio del 1996 il figlio di Di Matteo viene strangolato e sciolto nell’acido: “Non cercherò attenuanti. Non ho avuto alcuna esitazione a mandare a morte un ragazzino di 15 anni”, afferma.

Quindi aggiunge: “Sono diventato il mostro per aver commesso questo delitto. Forse non lo sarei diventato se mi fossi limitato a uccidere il dottor Falcone e sua moglie. Mi rendo conto perfettamente che un atto del genere non può essere perdonato e nemmeno dimenticato. Sono io l’ispiratore dell’omicidio e il principale responsabile di un sequestro durato due anni e tre mesi”, afferma Brusca.

Arresto di Giovanni Brusca

Gli inquirenti arrivano il 12 gennaio del 1996 in una villa a Borgo Molara, in seguito alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Tony Calvaruso. Qui Brusca si nasconde con la compagna, Rosaria Cristiano, e il figlio Davide, 5 anni, che fuggono prima dell’irruzione. A febbraio due fedelissimi di Brusca collaborano con la giustizia. Fanno scoprire il casolare dove è avvenuto l’omicidio di Giuseppe Di Matteo, in cui c’è un vero e proprio arsenale.

I due danno anche indicazioni sui possibili nascondigli di Brusca. L’arresto avviene il 20 maggio del 1996 in contrada Cannatello, una frazione di Agrigento: qui vive in un villino, insieme al fratello Enzo Salvatore e la moglie. L’azione è movimentata e molto veloce. Nella casa ci sono anche numerosi pizzini, contanti, abiti firmati e orologi d’oro.

Giovanni Brusca decide di collaborare e rende dichiarazioni ai magistrati. Racconta episodi relativi a grossi nomi di Cosa nostra, molti dei quali legati a Bernardo Provenzano e Totò Riina. Nel 1997, grazie alle sue dichiarazioni, evita l’ergastolo al processo per la Strage di Capaci e ha 27 anni di carcere. Nel 1999 gli vengono comminati 30 anni di carcere per il sequestro e l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo.

Nel 2000 ottiene lo status di “collaboratore di giustizia” (fino a quel momento era solo un “dichiarante”). Lascia il regime di carcere duro previsto dal 41-bis. Confessa di aver eseguito e ordinato oltre 150 omicidi. È inoltre il primo collaboratore di giustizia a parlare del cosiddetto “papello“, un foglio con l’elenco di richieste che Riina avrebbe avanzato allo Stato dopo le stragi.

Il carcere

Dal maggio del 1996, Giovanni Brusca è detenuto nel carcere romano di Rebibbia. Nel 2004, grazie a una decisione del Tribunale di sorveglianza di Roma, gli vengono concessi periodicamente permessi premio per buona condotta (ma perde il diritto alle uscite concesse in premio, a causa dell’uso di un cellulare).

Riceve nel 2010, in carcere, un’accusa di riciclaggio, intestazione fittizia di beni e tentata estorsione. Il 17 settembre di quell’anno i carabinieri del Gruppo di Monreale, per ordine della Procura di Palermo, effettuano una perquisizione nella sua cella e, in contemporanea, anche nelle abitazioni di suoi familiari.

Confiscano a Giovanni Brusca una parte del suo patrimonio che, secondo gli inquirenti, avrebbe continuato a gestire dal carcere. L’assoluzione definitiva nel processo arriva nel 2016.

Il reato di estorsione è derubricato in tentativo di violenza privata, mentre la questione relativa all’intestazione fittizia di beni è andata prescritta e all’ex boss vengono restituiti 200mila euro prima sequestrati. Successivamente i permessi premio vengono ripristinati.

Negli ultimi mesi del 2016 Giovanni Brusca torna a casa in stato di libertà, godendo di un permesso premio, sotto la sorveglianza del Gruppo Operativo Mobile della polizia penitenziaria. Rientra nel carcere di Rebibbia l’8 gennaio per partecipare in videoconferenza all’udienza del processo sulla trattativa Stato-mafia. Ricopre, in questa occasione, la doppia veste di testimone e imputato. Richiede più volte gli arresti domiciliari, senza successo.

Anni recenti, scarcerazione

Nel dicembre del 2019 la Cassazione nega al detenuto Giovanni Brusca la concessione degli arresti domiciliari per la “caratura criminale” e la “gravità dei reati commessi”. Nel 2020 la stessa Cassazione rigetta ulteriori sconti di pena sulla condanna a 30 anni di reclusione. La scarcerazione avviene il 31 maggio del 2021, dopo 25 anni di reclusione per fine pena, ma Brusca rimane in libertà vigilata per altri 4 anni. Esce con 45 giorni di anticipo rispetto alla scadenza e vive sotto protezione.

Nel mese di luglio del 2022 il Tribunale di Palermo ritiene che Brusca sia socialmente pericoloso e stabilisce che come sorvegliato speciale debba sottoporsi a obbligo di firma. Non può inoltre né uscire la sera, né incontrare pregiudicati.

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