La nostra Angela Marino ci parla oggi di Fiabe Siciliane, condividendo un racconto della sua infanzia.
La narrativa popolare siciliana è fatta soprattutto di cunti.
Storie che s’ispirano  a fatti e personaggi  locali,che la Sicilia spesso condivide con gli altri paesi mediterranei, tramandate per anni, prima oralmente, poi anche per iscritto, non inquadrabili in modelli letterari più comuni (fiaba, favola).
Ma ciò non significa  che anche in Sicilia, non si narrassero delle fiabe di tipo tradizionale, per intenderci fedeli ai canoni dei fratellii Grimm o di Perrault, con tutti i personaggi chiave al loro posto: i buoni, i cattivi, il soprannaturale, il lieto fine…Il tutto perfettamente integrato nella realtà territoriale e linguistica siciliana da cui sonoscaturite.
Spesso si tratta di tradizione popolare orale, ma anche autori noti come Capuana o Pitrè o Basile ci hanno lasciato le loro fiabe .
Io personalmente devo dire che da bambina a casa mia spesso ce le raccontavano.
Mi sono sforzata di ricordarle ma mi arrivano solo dei flash,dei titoli, delle frasi, attraverso cui spero di poterne ricostruire qualche altra come ho fatto con questa di Marianna…
MARIANNA

Si cunta e si boncunta (1) che in un grande castello , poco distante dalla città, all’uscita dal bosco, viveva un vecchiu ddragu(2).

Lui stava poco in casa: ogni mattina infatti si svegliava molto presto, calzava gli stivali nfatati (3)e partiva per il mondo a rubare e a fare danni a tutti quelli che incontrava , poi la sera tornava carico di doni e di ricchezze per la mamma  ddraga (4)e la figlia Marianna.
Un brutto giorno la mamma ddraga morì lasciando la ragazza appena adolescente.
Lu vecchiu ddragu sembrò impazzire: fece murare tutte le porte e le finestre del suo castello, tranne la più alta finestrella della torre, e fece demolire la scala d’ingresso perché nessuno potesse accedere o uscire nei locali dove sarebbe vissuto con la figlia.
Per alcuni mesi nessuno lo vide più in giro, con grande gioia del vicinato, ma dopo qualche tempo tornò alle vecchie abitudini.
Entrava ed usciva dalla finestrella della torre e scendeva e saliva, grazie anche ai suoi stivali nfatati , aggrappandosi alle asperità del muro.
Intanto Marianna cresceva, studiava sui vecchi libri del castello, ricamava, e faceva i lavori di casa.
Quando si sentiva troppo sola cantava o parlava con l’uccellino, o il gatto, o con i vari mobili o attrezzi del castello…
Infatti nel castello di lu vecchiu ddragu tutto era animato, ed ogni oggetto era capace di parlare e di pensare, e Marianna che era bella e gentile era  molto benvoluta.
Da quando era nata, non si era mai tagliata i capelli, li aveva lunghissimi  e li portava raccolti in due belle trecce, che appuntava sulla nuca.
Un giorno suo padre le chiese di sciogliersi le trecce e provare a farle pendere giù dalla finestrella e, visto che raggiungevano perfettamente il suolo, decise di usarle per scendere e salire più agevolmente.
Da quel giorno ogni sera al tramonto , di ritorno dalle sue scorrerie ,lu vecchiu ddragu si fermava ai piedi della torre e gridava:” Marianna, Marianna! Calami li trizzi quant’acchianu! “(5) e immediatamente alla finestrella spuntava il viso sorridente della ragazza che lasciava pendere le trecce su cui si arrampicava il padre.
Il tempo passava e Marianna diventava sempre più bella e più grande e il padre sempre più vecchio e cattivo.
Intanto nel vicino reame anche lu riuzzu(6), era cresciuto ed amava andare a caccia nel bosco con gli amici e con i servitori.
Un giorno inseguendo una lepre, superò i confini del bosco e si trovò sotto le finestra di Marianna che stava cantando… attratto dalla voce , alzò giochi e rimase abbagliato dalla bellezza della ragazza.
Si fermò, lasciando fuggire la preda che stava inseguendo e  salutò Marianna con un bell’inchino, la ragazza rispose con un luminoso sorriso…e da quel momento nacque tra i due giovani una grande amicizia. Da quel giorno il principe venne a trovarla molto spesso quando lu vecchiu ddragu era assente e piano piano la loro amicizia divenne amore…
La ragazza raccontava la sua felicità all’uccellino che le rispondeva con un cinguettio festoso, alla cucina, ai mobili, al bel gattone rosso..ed ogni mattina, dopo l’uscita del vecchiu ddragu, tutta la casa era in trepida attesa…
Finchè un giorno lu riuzzu chiese alla ragazza di sposarlo…: “ Sono disposto a parlarne a tuo padre” disse “ e poi, il re mio padre, verrà personalmente a fare la richiesta  ufficiale di matrimonio”
“No..noooo…” gridò la ragazza “anch’io ti voglio bene…ma mio padre è troppo pericoloso…potrebbe uccidere te  e anche il re, e mangiarvi in un sol boccone…Pensiamoci un po’ su…Forse troveremo una soluzione…”E così, dopo qualche giorno, il principe si trovò sotto la finestra di Marianna con una lunga scala per fare uscire la ragazza e fuggire insieme.
Marianna. dal canto suo, aveva preparato in tutta segretezza il suo bagaglio ed aveva salutato ad uno ad uno gli animali e gli oggetti che l’avevano  vista crescere e l’amavano.
Aveva dimenticato solo la scopa che se ne stava nascosta dietro la porta della cucina, e questa si era enormemente offesa  e non aveva fatto nulla per farsi notare.
Durante i saluti, la cassetta degli attrezzi  aveva regalato a Marianna una scatola di puntine , la saliera tutto il suo contenuto, e il portasapone la sua saponetta profumata e  la ragazza aveva conservato gelosamente questi doni dentro la sua borsetta.
Alle 10 in punto, lu riuzzu aveva appoggiato la scala sotto la finestra, era salito, ed aveva aiutato Marianna a scendere tra gli applausi ed i festeggiamenti degli amici.
Poi l’aveva fatta salire sul suo cavallo bianco e… via a tutta  velocità verso la libertà, l’amore e la felicità.
Galoppa…galoppa…galoppa…i due giovani si trovarono fuori dal bosco, alla periferia del vicino villaggio.
Salutarono con un bel sorriso un contadino che lavorava nel suo orto, poi  una vecchietta che faceva la calza davanti alla porta della sua povera casa ed infine fecero cenni di saluto anche al campanaro che li ricambiò con un bello scampanio a festa…ora erano sulla strada che portava al vicino reame ed accelerarono il galoppo sperando di non essere raggiunti dal vecchiu dragu prima che fossero al sicuro dentro la città del principe.
Lu vecchiu ddragu, intanto aveva terminata la sua giornata di malvagità e di ruberie ed era tornato a casa, si era fermato sotto la finestra della torre ed aveva gridato con la sua voce stentorea:  “Marianna, Marianna; calami li trizzi quantu acchianu!”…ma nessuno si era affacciato o aveva risposto.
Provò ancora…ma nulla…
Lu vecchju ddragu cominciò ad innervosirsi: “ Marianna nun rispunni…tradimentu c’è !” (7)
Allora decise di arrampicarsi alla vecchia maniera, entrò dalla finestrella e cominciò a guardarsi intorno chiamando a gran voce la figlia. Silenzio assoluto!
Lu vecchiu ddragu  si rivolse allora all’uccellino:”Unn’è Mariannaaaa?”(8) Ma la bestiola rispose col suo dolce cinguettio; “ Cipì cipì, cipì ciò” e volò via…anche il gatto rispose “miao  mjao” e se ne andò in cucina a fare le fusa. E così anche  i mobili e le suppellettili della casa rimasero in silenzio .Ad un tratto si sentì una vocina sgraziata che diceva “ Io lo so!  Marianna  sinni ghi cu   lu riuzzu…e mancu mi vinni a salutari”(9) … Era la scopa che, offesa, aveva deciso di vendicarsi.
 Apriti Cielo !!! Lu vecchju ddragu  si mise ad urlare come un matto: “ Ah si? … sinni  ghi  cu lu riuzzu? ….ora ci lu fazzu vidiri iu!…mi li mangiu a tutti dui!… parola di vecchiu ddragu!!!(10)”
E detto fatto , indossò di nuovo gli stivali nfatati che si era appena tolti e si precipitò verso la finestra per iniziare l’inseguimento. Poco distante, nascosta tra gli alberi  del bosco, vide la scala a pioli che era servita per la fuga dei due giovani, e s’infuriò ancora di più…
Corri, corri, corri…attraversò il bosco e si trovò davanti all’ orto dove il contadino stava ancora lavorando: “ A vu (11)” gli gridò sgarbatamente “ aviti vistu passari na beddra coppia ncapu un cavaddru? (12)”. l’ortolano che conosceva bene l’orco, fece finta di non aver capito e rispose cantelinando: ”Chiantu cavuli e scippu cipuddri…chiantu cavuli e……(13).” facendo infuriare ulteriormente lu vecchiu ddragu  che, correndo, arrivò davanti alla casa dove la vecchina faceva la calza; cercò di fingersi gentile :” Ssa benedica zizì…lu vitti passari un cavaddru cu na beddra coppia di picciotti ncapu?(14)”. La vecchina lo gardò e pensò, “Chissu voli iri a fari danni”(15) e ,assumendo un’espressione un po’ intontita  si mise a recitare una filastrocca: “C’ era  na vota na vicchiareddra ca facia  la cazetta – cci scappa un puntu- e dumani ti lu cuntu…” (16)Lu vecchiu ddragu si allontanò borbottando :” Ccci mancava sulu la vecchia stolita…” (17) e così arrivò accanto alla chiesetta; il sagrestano  era salito sul campanile per suonare i vespri e lu vecchiu ddragu pensò: “ Di  ddrà ncapu si vidinu tutti cosi     ora addumannu a iddru” e gridò: “Attia, lu vidisti passari un cavaddru cu na beddra coppia  ncapu?(18)”
Il sagrestano , che non aveva nessuna intenzione di aiutare l’orco , per tutta risposta si mise a suonare le campane dicendo : “Din don dà la missa sona…din don dà la…”(19)
“Ma chi missa e missa” urlò lu vecchiu ddragu “ I a la missa nun ci aiu iutu ma!”…(20) e continuò l’inseguimento a casaccio.
Ogni volta che da lontano vedeva una nuvoletta di polvere sperava che si trattasse dei fuggitivi , ma restava sempre deluso: una volta si trattava di un contadino che tornava dal lavoro col suo asino, una volta di un pastore che riportava le pecore all’ovile…
Finalmente, poco prima di raggiungere il ponte che portava alla città dove viveva lu riuzzu l’orco vide da lontano il cavallo bianco ed accelerò sua andatura gridando:” Cca sugnu!,,,guaiii!…(21)”. Anche i ragazzi lo videro, lu riuzzu preparò la spada ma  Marianna prese dalla sua borsa uno dei doni che le avevano fatto: i chiodini, e li tirò contro l’orco. Immediatamente la strada si riempì di chiodi appuntiti che si conficcavano nelle scarpe ferendo i piedi e rendendola impraticabile. Dopo qualche tentativo di proseguire lu vecchiu dragu dovette sedersi sul muretto che fiancheggiava la strada , togliersi gli stivali e liberarli  dai chiodi che vi erano infilzati, per poi continuare l’inseguimento correndo sui campi che costeggiavano la strada.
Gli stivali nfatati erano indubbiamente più veloci del cavallo e ben presto lu vecchiu dragu fu nuovamente molto vicino ai giovani, allora Marianna gli tirò in faccia tutto il sale e pepe che aveva ricevuto in dono, e lu vecchiu dragu non riusci più a d aprire gli occhi per il bruciore e dovette correre fino al vicino torrente per lavarsi il viso.
Così i giovani arrivarono sul ponte che portava alla città.
Ma proprio sul ponte , il mostro,  spinse alla massima velocità i suoi stivali  ed arrivò quasi a sfiorare la coda del cavallo.
A questo punto Marianna ricorse al suo ultimo dono e tirò contro lu vecchiu dragu la saponetta….
In un attimo il ponte dietro di loro si riempi di una schiuma vischiosa  e scivolosa.
lu vecchiu dragu cercò di continuare l’inseguimento, ma a un certo punto scivolò giù dal ponte e di lui non si seppe più nulla.
Marianna e lu riuzzu entrarono nella città tra due ali di popolo che li festeggiava, si sposarono e camparu felici e cuntenti e natri cca ca nun avemu nenti(22)!
NOTE: 1 – “Si racconta…”  E’ la frase tipica con cui si iniziano le fiabe siciliane. 2 – L’orco. 3 – Gli stivali magici, gli stivali delle 7 leghe . 4 – L’orchessa. 5 – Fai pendere dalla finestra le trecce in modo che io possa salire. 6 – Il principino. 7 – Marianna non risponde, c’è un tradimento. 8 – Dov’è Marianna?. 9 – Io lo so, Marianna se n’è andata col principino, e non è neanche venuta a salutarmi. 10 – Ah si? … se n’è andata col principino? ….ora gliela faccio vedere io!…me li mangio tutti e due!… parola di orco!  11 – Ehi voi . 12 – Avete visto passare un bella coppia su un cavallo?. 13 – Pianto cavoli e raccolgo cipolle, pianto cavoli e… 14 – Mi benedica (antico saluto siciliano),zia ( in Sicilia si diceva zio/a a persone rispettabili ma non di alto rango), ha visto passare un cavallo con sopra una bella coppia? 15 – Questo vuole combinare qualche guaio.  16 – C’era una volta una vecchietta- che faceva la calza – le scappò una maglia e…domani te la racconto… 17 –  Ci mancava solo la vecchia rimbambita, 18 – Da lassù si vede tutto, ora chiedo a lui…Ehi tu, hai visto passare un cavallo con una bella coppia sopra?’  19 – Din don dan la messa suona… 20 – Ma che messa e messa, io sono un orco e a messa non ci sono mai andato. 21 – Sono qua…guai! 22 –           
E vissero felici e contenti e noi qua che non abbiamo niente ( chiusura classica delle fiabe siciliane.)