Luciano Liggio, chi era il boss di Cosa Nostra. Biografia della “primula rossa di Corleone”, tra i principali imputati del Maxiprocesso degli anni Ottanta. Dove è nato, dove è morto, come e dove ha vissuto. Che malattia aveva, quando è stato arrestato.

Luciano Liggio

Il vero nome di Luciano Liggio è Luciano Leggio, ma tutti lo conoscono così per un errore di trascrizione da parte di un brigadiere. Nasce a Corleone, il 6 gennaio del 1925, da una famiglia contadina. In giovane età, viene affiliato alla cosca mafiosa locale dallo zio Luca. Viene denunciato nel 1944 per porto d’armi abusivo e, nello stesso anno, viene arrestato per il furto di alcuni covoni di grano. Segue una condanna a 1 anno e 4 mesi di reclusione, pena interamente condonata.

Nel 1948 Liggio è accusato di essere esecutore dell’omicidio di Placido Rizzotto e, per questo motivo, viene proposto per l’assegnazione al confino. Non si presenta all’udienza e, di fatto, dà il via a una lunga latitanza. È del 1952 l’assoluzione, per insufficienza di prove, dall’omicidio Rizzotto, ma Luciano Liggio rimane latitante poiché lo ricercano per altri reati.

Negli anni Cinquanta costituisce una società di autotrasporti e partecipa, anche se non ufficialmente, a una società armentizia costituita nel 1956 a Corleone. Tra i suoi soci, vi sono diversi parenti e membri della sua banda.

Nel 1957 diviene socio di Gaetano Badalamenti. Nel frattempo, a causa di alcuni contrasti con Michele Navarra e i suoi uomini, rimane vittima di un attentato, riportando una ferita a una mano. Il 2 agosto del 1958 avviene l’omicidio di Navarra e, dopo l’uccisione del boss, Liggio e la sua banda scatenano l’offensiva contro i suoi luogotenenti.

Luciano Liggio, intanto, diviene proprietario a Palermo di un’officina meccanica e di un garage, e si affilia ad alcuni mafiosi (con cui però non mantiene buoni rapporti). Dopo la pubblicazione di un articolo sul quotidiano “L’Ora” che parla del fenomeno mafioso in Sicilia e di Liggio, la storica sede del giornale a Palermo viene devastata dall’esplosione di una carica da 5 chili di tritolo.

Arresto di Luciano Liggio

L’arresto di Luciano Liggio avviene il 14 maggio del 1964: le forze dell’ordine arrivano al suo nascondiglio grazie al Tenente Colonnello dei carabinieri Ignazio Milillo. I militari irrompono nell’abitazione e trovano Liggio con un catetere (confessa lui stesso di essere affetto dal morbo di Pott).

Incarcerato all’Ucciardone, nel dicembre del 1968 viene assolto per insufficienza di prove nel processo di Catanzaro contro i protagonisti della prima guerra di mafia e anche in quello di Bari del 1969 (che lo vede imputato per alcuni omicidi). Dopo l’assoluzione al processo di Bari, si trasferisce a Bitonto, insieme a Salvatore Riina, nonostante ci sia per entrambi un provvedimento di custodia precauzionale, emesso dal Tribunale di Palermo.

Liggio, poco dopo, si sposta a Roma, ignorando l’obbligo di tornare a Corleone. In seguito al ricovero in una clinica privata, si opera alla prostata, quindi fugge e si rende irreperibile. In questo periodo torna a Palermo e partecipa all’organizzazione della strage di viale Lazio. Si reca poi a Zurigo, Milano e Catania, per partecipare ad alcuni incontri con altri boss. Costituisce un triumvirato con Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti.

Nel primi anni Settanta, alcune indagini dimostrano che Luciano Liggio è implicato in alcuni sequestri. Nel frattempo, si trasferisce a Milano, rimanendo coinvolto in alcuni rapimenti. Proprio le indagini sui rapimenti, portano alla sua cattura, sebbene viva sotto il falso nome di Antonio Farruggia, insieme a una sua compagna e al figlio nato dalla loro relazione.

Il giudice Cesare Terranova processa Liggio nel 1975. Segue una condanna all’ergastolo, per l’assassinio di Michele Navarra. Dalle rivelazioni di alcuni collaboratori emerge che Liggio continua a inviare ordini anche dalla prigione.

Ultimi anni, la morte

Nel 1986 è uno degli imputati del Maxiprocesso di Palermo. I suoi difensori presentano nel 1989 un’istanza per la concessione della semilibertà, poiché all’epoca ha già scontato oltre 20 anni di reclusione.

Durante questi anni, sottolineano i suoi legali, ha sempre mantenuto una buona condotta e si è dedicato alla pittura di diversi quadri, ai quali viene anche dedicata una mostra. I giudici rigettano l’istanza di semilibertà. Sempre nel 1989 suscita molto scalpore un’intervista concessa da Luciano Liggio a Enzo Biagi, trasmessa da Rai1, nella quale il boss si dichiara innocente e vittima di persecuzioni giudiziarie.

Luciano Liggio muore di infarto il 15 novembre del 1993, all’età di 72 anni, nel carcere di Badu ‘e Carros a Nuoro, nel 1993. Le spoglie si trovano a Corleone, dove è avvenuta la sepoltura in seguito a una cerimonia senza coinvolgimento pubblico (come stabilito dalla questura).

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