La leggenda dei Faraglioni di Acitrezza è una delle più famose leggende di Sicilia. Questi alti isolotti rocciosi rendono inconfondibile il panorama dalla costa e sono la perfetta ambientazione per un mito che continua a mantenere il suo fascino, epoca dopo epoca.

Il paese si affaccia sul mar Ionio, davanti al piccolo arcipelago delle Isole dei Ciclopi, ed proprio intorno a quelle isole che nacquero le prime leggende su Aci Trezza.

Il motivo per cui queste isole si chiamano così è narrato nel nono libro dell’Odissea. L’origine dei faraglioni, infatti, sta nell’ira del Ciclope Polifemo. Questi, accecato da Ulisse gli avrebbe scagliato contro alcune grosse rocce, per impedirgli di fuggire in mare. Così sarebbero nati i faraglioni.

Faraglioni di Acitrezza - Foto Wikipedia

I Faraglioni di Acitrezza

La leggenda dei Faraglioni di Acitrezza

Ma partiamo dall’inizio.

Dopo un bel po’ di anni a gironzolare per il Mediterraneo, Ulisse approdò nell’isola dei ciclopi che per i siciliani (e per Euripide) è rappresentata dalla nostra terra. Assieme ai suoi compagni di viaggio decise di conoscere il famoso ciclope Polifemo.

Si fecero un giretto dell’Etna e poi entrarono in una grotta credendo di trovare il ciclope, ma era vuota. I compagni di viaggio cercarono di distogliere Ulisse dall’idea di voler vedere Polifemo, ma lui, testa dura, volle rimanere lì ed aspettarlo.

La sera Polifemo si presentò nella grotta, e, pur avendo un solo occhio, vide benissimo il gruppo vacanze. Bloccò l’uscita con un grosso masso con cattive, anzi, cattivissime intenzioni.

Polifemo diede un’occhiata a quello strano gruppetto e chiese al capo chi fosse. Ulisse, furbo come una volpe, disse che si chiamava Nessuno e che la loro nave era affondata (bugia) e lui e i suoi dodici compagni erano gli unici superstiti.

Polifemo, preso da un attacco di fame prese due uomini e se li mangiò, ma non era ancora soddisfatto.

Ulisse voleva scappare ed uccidere Polifemo, ma se avessero ucciso il ciclope come sarebbero usciti dalla grotta?

Vide un tronco di ulivo e quando il ciclope il giorno dopo andò a pascolare le pecorelle, lo fece appuntire dai suoi compagni e lo nascose.

La sera, quando il Polifemo ritornò nella grotta, prese altri due compagni e se li mangiò.

Ulisse qualche anno prima di arrivare nella terra dei ciclopi approdò a Ismaro, come ogni buon turista che si rispetti, si comprò un buon vino dolce come souvenir (in realtà gli fu regalato da Marone, sacerdote di Apollo), e lo utilizzò per brindare assieme a Polifemo con l’intenzione di farlo ubriacare.

E così fu. 

Polifemo si fece inebriare dal vino, Ulisse intanto prese il bastone che aveva fatto affilare e lo piantò nell’occhio del ciclope.

Polifemo iniziò ad urlare, tanto che svegliò i suoi amici ciclopi. Quando, sentendolo gridare, gli chiedevano che cosa fosse successo, Polifemo rispondeva che Nessuno lo aveva accecato.

Passò la notte, il giorno dopo, anche da cieco, Polifemo andò a far pascolare il suo gregge. Intanto Ulisse e i suoi uomini si aggrapparono al torso dei montoni, uscirono dalla grotta e scapparono.

Quando Polifemo se ne accorse ormai Ulisse era sulla nave con i compagni…. e i montoni. Il ciclope lo maledisse gettandogli addosso otto massi ma non riuscì a prenderlo.

I massi di cui stiamo parlando sono i famosi e bellissimi faraglioni di Acitrezza. 

Questa storia la dedico a Vincenza, che proprio ieri mi chiedeva di raccontarle la storia dei faraglioni di Acitrezza.

Testo di Alessandra Cancarè

Foto Wikipedia – Credits

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