Renzino BarberaRenzino Barbera (morto a Taormina nel 2009) poeta dialettale, attore, cabarettista, umorista

Poeta, cabarettista della prima ora, intrattenitore, ma soprattutto personaggio a tutto tondo di una città perduta, ha attraversato un pezzo di storia della Sicilia: dallo Stabile di Catania (collaborò a "Pipino il breve") alla Rai siciliana (la storica trasmissione "Il ficodindia"), dalle tv private (Cts, "Più meglio della Rai") all'editoria. Un lungo viaggio finito a 86 anni, e compiuto con l'aria sorniona di chi ama la leggerezza. Renzino, il vezzeggiativo col quale lo chiamavano i tanti palermitani che l'hanno conosciuto, appartenente alla famiglia di imprenditori dell´olio e cugino dell´omonimo presidentissimo del Palermo, diede vita a una maschera popolare, don Totò, che nel corso degli anni gli si appiccicò addosso come una seconda pelle, fino a diventare una sorta di alter ego. Don Totò ebbe la sua ribalta dai microfoni del "Ficodindia", negli anni Sessanta. "Quando registrai per la prima volta, ci accorgemmo che in radio rischiava di risultare volgare. Dovevo cambiarlo, e a un certo punto trovai la musicalità dei pupari palermitani: una parlata che all´improvviso mette la terza marcia". Don Totò era una sorta di servo scaltro da commedia dell´arte, capace di inventare metafore inarrivabili. Basti per tutte quella che sintetizzava il miracolo dei cinquanta minuti di un volo dalla Sicilia alla capitale: "Pasta e fagioli a Palermo e 'pirito' a Roma". Dopo una lunga gavetta nell´oleificio di via Emerico Amari, alle dipendenze di un padre dispotico al quale era affezionatissimo (leggenda vuole che ogni estate per prendersi le ferie provocasse il padre fino a farsi licenziare, salvo farsi riassumere in autunno), Renzino lasciò Palermo per il buen retiro di Taormina, incrementando il suo campionario di amicizie eccellenti che annoverava tra gli altri Burt Lancaster e Alain Delon. A Renzino bastava poco per conquistarli, gli amici, con quel fiume inarrestabile di racconti, aneddoti, ricordi di scorribande giovanili. Il repertorio di uno che con un piccolo stratagemma è vissuto più degli altri.

LA SCAFFA (di Renzino Barbera)

Sintissi amico mio,
non mi dicissi camurrusu
ma c’è purtusu e purtusu.
La scaffa siciliana è un’altra cosa: scaffa che vale!
Non è la scaffa usuale, settentrionale,
che campa massimo ‘na simana e menza
ed è senza esperienza.
Noialtri abbiamo scaffe greche,
scaffe Normanne, scaffe d’Aragona,
E uno… ci si affeziona!
Io ne canuscio una, alla circonvallazione
Ca è pi mia come una passione:
la vitti nascere.
Fui alla sua prima comunione (tra idda e un copertone).
Ora ch’è fatta granni: ne ha fatto danni.
Quando ci passo sto con gli occhi bassi…
Idda che fa? Mi arriconosce e mi cafudda un colpo
Accussì, per confidenza,
e sospensione me ne scassa menza.
Avantieri passai e non sentii niente…
Che dispiacere! Tornai precipitosamente
“Vuoi vedere che la tapparono, ‘sti disgraziati”?
Ma quannu mai!
Erano due carri armati
Ca dintra ‘a scaffa s’avevano sdirrupati.
Lei era la, bedda e sciacquata,
che mi guardava, tutta innamorata

Foto: parcodeinebrodi.blogspot