Angela Marino condivide con noi i suoi ricordi, che ci rivelano le tradizioni siciliane più belle.

Se uno psicologo mi chiedesse cosa mi evoca la parola “Natale”, credo che risponderei immediatamente “presepe”. Infatti la preparazione del presepe e tutte le altre attività annesse e connesse sono decisamente tra i ricordi più vividi della mia prima infanzia.

A casa mia la preparazione del presepio era un rito: prima di tutto la mamma faceva le grandi pulizie natalizie , srotolava i tappeti in tutte le stanze tranne il soggiorno dove li avrebbe sistemati alla fine dei “lavori” e si faceva aiutare da papà a lavare i lampadari di Murano. Poi venivano tirati fuori dal ripostiglio “li trispa e li tavuli” (cavalletti e assi  su cui normalmente poggiavano i materassi del letto) che venivano sistemati in soggiorno al posto del divano.

Sulle assi veniva distesa una grande “ncirata” (tela cerata) su cui sarebbe stato montato il presepe.

Presepe

La parte del muro retrostante  veniva rivestita con carta blu (uuella che usavamo per foderare i libri di scuola) su cui avremmo attaccato decine e decine di stelle di carta stagnola  o dorata.

La mattina seguente, se c’era bel tempo, noi bambini scendevamo con papà sul terreno incolto che  si stendeva sotto la nostra terrazza  portando con noi palette e contenitori e raccoglievamo una grande quantità di zolle  erbose  che avrebbero costituito la base del presepio, poi raccoglievamo anche un bel po’ di “rocchi” (pietre) per costruire le montagne… Intanto la mamma aveva tirato fuori dal camerino scatoloni  pieni di pastorelli, animali , casette ed altri oggetti  conservati accuratamente dagli anni precedenti.

 A questo punto si cominciava ad organizzare l’architettura  del presepio: con un gessetto colorato si disegnavano sul piano le strade, il lago, il fiume , la grotta  e si impostavano delle scatole  vuote che avrebbero fatto da base alle montagne…

Presepe

Le zolle erbose venivano adagiate sul piano lasciando libere le strade e il laghetto costituito da uno specchio  e formando un grande prato verde.
Nella parte adiacente al muro venivano montate le montagne, sotto cui si apriva la grotta e su cui venivano sistemati due agglomerati urbani: a destra grandi palazzi con torri e minareti( Gerusalemme, presumo) ed a sinistra un villaggio costituito da povere capanne di pastori.
Sul cielo di sfondo, esattamente sopra la grotta,veniva incollata una grande stella cometa sfacciatamente gialla e decisamente fuori scala.
Dentro la grotta c’era la mangiatoia con la paglia, il bue e l’asinello, “la Beddra Matri e San Gisippuzzu” ( la Madonna e San Giuseppe)…
” Lu Bammineddru” (Gesù Bambino), invece,  sarebbe stato adagiato sulla paglia alla mezzanotte del 24 dicembre.

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Sul prato e sulle montagne venivano disposti i vari personaggi che avrebbero animato il presepe. i pastori con il loro gregge o i loro doni, le donne, i bambini, i suonatori di pifferi e cornamuse, “lu spirdatu di lu presepiu”(un personaggio in atteggiamento di grande meraviglia) e poi, per l’Epifania, sarebbero stati  aggiunti “li tri re”( i re maggi) con i loro doni e i loro cammelli.

Sul tutto veniva fatta cadere un’abbondantenevicata di amido per dolci, che imbiancava le strade e gli anfratti della montagna…
Quando avevamo terminato tutto, mia madre riordinava il soggiorno, toglieva di mezzo le scatole vuote e i resti di carta, metteva davanti al presepio un bel tappeto ed invitava i vicini, gli amici e i parenti a venire la sera per fare la “Nuvena di Natali” .

Le novene cominciavano dopo la festa di Santa Lucia: Ci si riuniva la sera, subito dopo cena.
Si recitava il rosario, e  ,tra una postina e l’altra, venivano eseguiti canti natalizi ,soprattutto siciliani.
Uno dei canti più gettonati era “A la notti di Natali” o “Ninu ninu lu picuraru ”

Ognuno a turno cantava una strofa e il coro  rispondeva con “ la nanareddra”(la ninna nanna): “Ninà ninà ninanininà …Ninà ninà ninanininà “
La cosa più bella, almeno per noi bambini, era che quando terminavano  le strofe ufficiali se ne potevano aggiungere delle altre inventate su due piedi come per esempio: “c’era un poviru piscatori – c’onnavia chi ci purtari – cci purtà un pisciteddru pi mangiari lu Bammineddru” (c’era un povero pescatore che non aveva cosa portargli –  gli portò un pesciolino per mangiare Gesù Bambino ) ; o ancora:” c’ era ‘na povera vicchiareddra c’onnavia chi cci purtari – cci purtaiu ‘na tuvaglia – pi mittilla ‘ncapu la paglia” (c’ era una povera vecchietta – che non aveva niente da portargli – gli portò una tovaglia –  per metterla sulla paglia”…

Ma cantavamo anche altre belle canzoni natalizie siciliane che si sono perse nel tempo. Ne ricordo una  che rappresentava la Sacra Famiglia in una situazione di vita prettamente siciliana. Risento ancora la voce roca, un po’ chioccia di una signora che faceva da solista: “Maria lavava, Giuseppi stinnia, Bamminu chiancia, minnedra vulia”( Maria faceva il bucato, Giuseppe stendeva i panni, il Bambino Gesù piangeva – voleva allattare).

Un altro brano che ricordo è: “Cugghiemu ros’e pampini, e sciuri di gersuminu    – pi fari a stu Bamminu – un litticeddru cca…la naca è pronta pi fari vovò- Bamminu Gesù nun  chiangiri cchiù”(raccogliamo rose e foglie e fiori di gelsomino – per fare a questo Gesù Bambino un tettuccio qua  – La culla è pronta per fare la nanna – Bambjno Gesù non piangere più)…
Qualche volta avevamo la gradita sorpresa di veder arrivare “li picciotti di la nanareddra”(i ragazzi della ninna nanna), un gruppo di giovani vestiti da pastori e muniti di strumenti musicali tipicamente siciliani che nelle sere prenatalizie facevano e fanno tuttora il giro dei presepi del paese. Così i nostri canti terminavano accompagnati da friscaletta, fisarmonica, tammureddri, bummulu , ngangalarruni, etc.

A questo punto la parte sacra della serata cedeva il passo a quella profana: la mamma arrivava munita di una bella “ guantiera di così di Natali”(vassoio di dolcini natalizi) poi tirava fuori dal “radiobar” una bottiglia di rosolio fatto in casa (generalmente Strega o Crema Caffè) , papà aggiungeva una bottiglia di vino novello e l’atmosfera si riscaldava, finchè qualcuno non proponeva di fare “Un belli tumbuluni o ‘na jucata a li carti” (una tombola o una giocata a carte)…allora, come per incanto, sul tavolo della sala da pranzo appariva tutto l’occorrente: si giocava fino a tarda notte con grande impegno ma senza alcuna preoccupazione perché a casa nostra si giocava solo di monetine  e mai oltre certe modestissime cifre prestabilite.

Foto di Massimo Varsalona, Maria Rita Insalaco,  Anna e Alfredo Sciuto, Sergio Scozzari