Un sito tanto prezioso, quanto dimenticato. Il santuario dei Santoni di Palazzolo Acreide, corrispondente all’antica Akrai, è un complesso di raffigurazioni relative a uno dei culti più misteriosi dell’antichità, cioè il culto della Magna Mater. Stiamo parlando di un luogo unico al mondo per grandezza e completezza delle rappresentazioni, considerato il principale centro del culto della Dea Cibele in Sicilia.

Il colle su cui fu fondata la colonia siracusana di Akrai fu sede di abitazione umana fin da epoca molto antica. Sul suo pendio settentrionale si apre, infatti, un riparo sotto la roccia che ha fornito al Museo di Siracusa un’abbondante industria litica che mostra, nel suo complesso, tutti i caratteri di quel paleolitico superiore che è, ad oggi, la più antica civiltà sicuramente identificata nell’isola.

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Tucidide riporta che Akrai fu fondata nel 664 a.C.- 665 a.C. dai siracusani su un altipiano delimitato da margini scoscesi e da quattro corsi d’acqua, dal quale si dominavano tutte le vie di accesso. La città fu la fortezza che garantì a Siracusa le libere comunicazioni con le città greche della costa meridionale della Sicilia e con le città sicule dell’interno.

Nel corso del IV e V secolo Akrai si affermò come il più importante centro cristiano della Sicilia orientale dopo Siracusa, come attestano le molte e vaste catacombe. Non è noto quando la città abbia cessato di esistere, lo storico Michele Amari ipotizzò la sua distruzione nel corso della conquista islamica della Sicilia dell’827. La medievale Palazzolo Acreide, sorta in prossimità dell’antica Akrai, è citata per la prima volta nella geografia di Edrisi.

Le statue dei Santoni

Quando nel 1777 il pittore e archeologo Jean Houel vide le statue dei santoni ne fece dei disegni e le descrisse così:

«In uno spazio di 10 o 12 tese, si vede una grandissima quantità di bassorilievi; la maggior parte sono oltremodo mutili, e tutti lo sono più o meno. Alcuni sono stati cancellati più della mano degli uomini che da quella del tempo. I pastori dei dintorni prendono talvolta le pietre e, per passatempo, senza cattive intenzioni, colpiscono le teste delle figure senza rendersi conto di quello che fanno. Essi distruggono per distruggere, come fanno i bambini con i giochi che hanno loro si donano e se ne pentono quando non li hanno più. I bassorilievi sono anch’essi curiosi, soprattutto perché scolpiti nella roccia e questa circostanza è molto rara. Mi colpì talmente che ho ritenuto opportuno disegnarne alcuni per porgerle in visione ai miei elettori».

Jean Houel ” Voyage pittoresque des isle de Sicilie, de Malte et de Lipari”

I Santoni di Palazzolo Acreide

Le sculture dei Santoni di Palazzolo Acreide sono racchiuse in dodici ampie nicchie scavate nella roccia, undici poste sullo stesso livello e una posta su un livello più basso. Ulteriori nicchie più piccole, prive di immagini, completano la struttura che presenta un impianto architettonico regolare il cui carattere unitario ha consentito di identificare il luogo come un santuario e non come un aggregato di rilievi aventi carattere votivo. Il ritrovamento di lucerne, olle e piccole patere ha consentito, inoltre, di identificare il sito come sede di culto.

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In dieci delle nicchie è riprodotta l’immagine della dea assisa in trono di prospetto circondata da altre figure. In uno solo dei rilievi la dea è raffigurata in piedi, a grandezza naturale.

L’identificazione della dea raffigurata nelle nicchie con Cibele è derivata dal raffronto con l’iconografia con cui essa era rappresentata nel mondo greco e, in particolare, ad Atene[1][5]. La dea è raffigurata con il chitone pieghettato e l’himaton ricadente dalla spalla sinistra e raccolto sulle ginocchia. I capelli sono acconciati nella forma cosiddetta “a melone” con due lunghi riccioli che scendono sulle spalle e, sul capo, è posto il modio. Ai suoi lati, in basso, sono presenti due leoni in posizione araldica.

In alcune figurazioni sono chiaramente visibili la patera nella mano destra posata sul sedile e il timpano nella sinistra, nelle altre, ragioni di verosimiglianza e tenui tracce sui rilievi sfigurati possono farcene ragionevolmente presumere la presenza.

La posizione della dea raffigurata nelle nicchie ripropone due modelli iconografici: quello della dea seduta in trono, spesso all’interno di un naiskos, caratteristica del contesto nord-ionico ed eolico meridionale e quello della dea con la figura in piedi caratteristica del contesto sud ionico.

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Entrambi i modelli sono riscontrabili anche in sculture rupestri frigie e, proprio in alcune regioni dell’Asia Minore sono riscontrabili i paralleli tipologicamente e cronologicamente più prossimi alla struttura di santuario rupestre a carattere metroaco. Le fisionomie strutturali più simili al complesso acerense sono quelle della Meter Steunene di Aizanoi nell’antica Frigia, del piccolo santuario di Kapikaya presso Pergamo e del complesso sacro del Panajir Dagh presso Efeso.

Tra le figure minori raffigurate accanto alla dea Cibele in almeno cinque nicchie (nelle altre non è possibile, per le scarse condizioni di conservazione, escludere l’originaria presenza di figure minori) sono stati identificati Hermes, Attis, Hecate, i Dioscuri, i Galli e i Coribanti.

Nonostante il collegamento di questi personaggi con la dea sia riscontrabile in molteplici fonti letterarie, epigrafiche e monumentali, la contemporaneità delle presenze che caratterizza la composizione acrense è un elemento di assoluta originalità di cui non è noto alcun ulteriore esempio.

In merito alla figura principale rappresentata all’interno della dodicesima nicchia, quella posta nel livello più basso, sono state formulate, finora, solo delle ipotesi che tendono, comunque, ad escludere che si tratti di Cibele per via della foggia dell’abito, una corta tunica che lascia scoperte le ginocchia che non trova alcun riscontro nell’iconografia della dea.

Come si è detto, oltre a Cibele, nei rilievi sono raffigurati altri personaggi. Il santuario rupestre di Akrai offre, quindi, nella ricchezza e nella complessità delle sue raffigurazioni, una sorta di sintesi delle iconografie e delle dottrine teologiche connesse al culto metroaco.

La singolarità del monumento acerense risiede proprio in questa contemporanea presenza, attorno alla dea, di personaggi che molteplici fonti letterarie, epigrafiche e monumentali indicano essere ad essa connessi, ma secondo formule distinte e, in nessun altro caso noto, in un’unica composizione.

Foto in evidenza: Davide MauroOpera propria, CC BY-SA 4.0, Collegamento