Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Maria Gualniera, una 27enne di origini messinesi che in questo momento si trova al fuori della Sicilia. Ha scelto anche lei non tornare nella sua terra d’origine, per proteggere i suoi cari. Le immagini di questi giorni e le notizie in merito agli arrivi in Sicilia l’hanno spinta a raccontare la sua esperienza, esprimendo anche i suoi tanti dubbi.

Caro presidente Conte,

qui è una Siciliana che le scrive. Una ragazza siciliana di 27 anni, addolorata e rabbiosa. Io faccio parte di quella parte di persone che hanno cervello, etica e cuore, che è rimasta lontano dalla sua terra, ma sopratutto dalla sua famiglia. Sarei potuta rientrare anche io come hanno fatto in migliaia, ma non l’ho fatto. Malgrado non mi trovi al nord, ho avuto comunque paura. Paura di essere contagiata in treno e portare questo maledetto virus alle persone a me care. Portarlo con me e ed infettare la mia terra. Quindi, a denti stretti e fra le lacrime, insieme ai miei genitori abbiamo deciso che non sarebbe stato giusto tornare a casa.

Poi vedo lo scempio. Gente che fugge. File interminabili a Villa San Giovanni per rientrare in Sicilia. Ma perché? Perché non si fermava tutto questo prima? Perché il grido del mio sindaco non è stato accolto?! Io ho avuto l’umanità e il coraggio di rimanere a casa, come lei così tanto decanta. Ho avuto questo coraggio perché amo la mia terra, ma ancor di più amo i miei genitori e i miei fratelli. Io da figlia, però, voglio rispetto. Rispetto perché esigo la protezione della mia amata città e della mia famiglia. Ha idea di come ci sentiamo noi figli, lontani da casa, a leggere e vedere certe cose? La paura che ci attanaglia, l’ansia e la preoccupazione che ai nostri cari non succeda nulla.

Lei ne ha idea? Se avessimo permesso solo ai pendolari verso e dalla Sicilia e al trasporto di merci, di attraversare lo Stretto, probabilmente questa tragedia non si sarebbe verificata. Anche se, ahimè, noi siciliani stessi l’abbiamo infettata la nostra meravigliosa isola. Non dico che Lei non ha fatto il suo dovere, anzi la ringrazio. Credo piuttosto che non si sia fatto abbastanza. Sopratutto per noi gente del Sud. Noi del Sud non abbiamo le strutture per contenere un’epidemia ad ampio raggio. Non abbiamo la task force di specialisti che possa contenere un numero elevato di contagi. Noi del Sud, come sempre siamo i più danneggiati.

Poi, Premier, volevo chiederle un’altra cosa. Non le sembra giusto dare un minimo di sostentamento a tutti? Io credo che in questo momento di emergenza, bisogna essere solidali verso tutti i ceti sociali. Perché chi era povero, lo è ancor di più oggi. Non è corretto tutelare solo chi ha perso il lavoro oggi a causa della chiusura delle attività. Chi è in disoccupazione, chi ha perso il lavoro, un mese o due settimane prima di quest’apocalisse, come fa e come farà a fronteggiare i pagamenti delle bollette, dei mutui, dei finanziamenti? Come faranno i padri a mettere a tavola il cibo per le proprie famiglie se in questo momento di emergenza non si può andare a cercare lavoro? Ha mai pensato di continuare a far percepire la disoccupazione a chi ce l’ha in corso per sopperire a questo stato di allarme e di collasso generale? Ha pensato di bloccare a tutti mutui, affitti, bollette?

Non ci sono malati di serie A e di serie B. Non ci sono quarantene di serie A e di serie B. Dovremmo essere solidali tutti, gli uni con gli altri. Lo Stato in questo momento è la nostra mamma e noi qui, suoi figli, le chiediamo aiuto. Perché siamo tutti figli della stessa nazione. Tutti uguali dinnanzi a tutto ciò e per tali motivi, tutti dobbiamo essere salvati. Tutti dobbiamo essere tutelati. Quindi chiedo questo, Premier Conte: meno ordinanze, più cuore. Meno politica, più amore.

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