Del torrone siciliano si parla troppo poco. Quando si pensa ai dolci tipici siciliani, subito vengono in mente cassate e cannoli, eppure anche in fatto di torroni la Sicilia ha una bella tradizione, fatta di storia e gusto.

La Storia

Secondo alcuni, a portare il torrone in Sicilia sarebbero stati gli arabi, mentre secondo altri la ricetta sarebbe stata tramandata dagli antichi romani. Quel che è certo, è che si tratta di un dolce diffuso in diverse parti d’Italia, che ha assunto caratteristiche diverse a seconda dell’area geografica di riferimento. Nella nostra isola è molto apprezzato il croccante, che viene fatto con frutta secca e miele, e nelle diverse varianti della cubbaita, della giuggiulena e della petrafennula.

La ricetta del torrone siciliano sarebbe stata tramandata dai saraceni, radicandosi poi profondamente nella tradizione italiana. Così, il torrone siciliano ha assunto delle particolari caratteristiche che l’hanno reso unico e presente su tutto il territorio nazionale. In alcune province lo si prepara aggiungendo spezie come la cannella, oppure vari tipi di frutta secca, come il pistacchio.

Una menzione d’onore merita il torrone di Caltanissetta, che si distingue dagli altri per la presenza, al suo interno di mandorla e pistacchio. Può essere a pasta dura o friabile, a seconda del diverso grado di cottura dell’impasto e del rapporto tra miele e zucchero.

Torrone Siciliano ricetta

Ingredienti

  • 300 g di mandorle
  • 350 g di zucchero semolato

Procedimento

  1. Fate tostare le mandorle per qualche minuto.
  2. Aggiungete alle mandorle lo zucchero.
  3. Mescolate con un cucchiaio di legno, senza fermarvi, facendo sciogliere lo zucchero.
  4. Quando lo zucchero sarà diventato scuro, spegnete il fuoco e trasferit il composto su un piano di marmo precedentemente oliato. Qualora non aveste a disposizione un piano di marmo, potete usare la carta forno.
  5. Stendete l’impasto, quindi tagliatelo a strisce di circa 3 centimetri di larghezza.
  6. Fate asciugare bene e gustate.

Buon appetito!

Foto di Giuseppe Caramazza