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C’è un piatto, in un paese dell’entroterra palermitano, che mette in difficoltà ogni classificazione gastronomica. Provate a chiamarla pizza davanti a un camporealese e vi guarderà con un sopracciglio alzato. Provate a chiamarla sfincione e otterrete più o meno la stessa reazione. Perché quella preparazione dorata, con il cornicione, croccante fuori e morbidissima dentro, che profuma di cipolla, pomodoro e formaggio appena uscito dal forno, ha un nome tutto suo, orgogliosamente locale: sciavata camporealese (o di Camporeale).

Il nome stesso è un piccolo mistero linguistico, e forse è proprio questo a renderla ancora più affascinante. Nata nelle case contadine di Camporeale come alternativa gustosa al pane di ogni giorno, la sciavata è il risultato di un’intuizione semplice e geniale: prendere il meglio della pizza e il meglio dello sfincione palermitano e fonderli in un impasto che non assomiglia esattamente a nessuno dei due. Il risultato è una focaccia bassa ma con il cornicione alto e soffice, una crosta fragrante e croccante, un cuore di mollica arioso che si accompagna a un condimento rustico fatto di pomodoro, cipolla a filamenti, caciocavallo e pangrattato abbrustolito. Un piatto povero, nato per necessità, diventato oggi uno dei simboli identitari più amati di questo angolo di Sicilia.

Camporeale, la città del vino e del legno nel cuore della Sicilia occidentale

Per capire la sciavata bisogna prima conoscere il paese che l’ha inventata. Camporeale è un piccolo comune di poco meno di tremila abitanti, incastonato nella città metropolitana di Palermo ma storicamente legato anche alle province di Trapani e Agrigento, ai confini della Val di Mazara. Le sue origini sono relativamente recenti per gli standard siciliani: il paese nacque il 22 maggio 1779, quando il re concesse al principe Giuseppe Beccadelli di Bologna il dominio dei feudi di Macellaro, Valdibella, Grisì e Massariotta. Il nome Camporeale deriva proprio da un titolo nobiliare concesso nel 1664 alla famiglia Beccadelli.

Come gran parte dei centri della Valle del Belice, Camporeale porta ancora i segni del terremoto del gennaio 1968, che causò danni pesanti e una lunga stagione di emigrazione verso il nord Italia. Ma il paese ha saputo rialzarsi puntando sulle sue vocazioni più autentiche, tanto da guadagnarsi l’appellativo di “città del vino e del legno“. Le sue colline sono infatti tra le zone vitivinicole più interessanti dell’isola, comprese nelle denominazioni DOC Alcamo e DOC Monreale, mentre l’artigianato del legno, insieme a quello del ferro e della ceramica, resta una tradizione viva.

Non mancano l’olivicoltura, con un olio extravergine delicato ma deciso di carattere, e le produzioni casearie che, non a caso, ritroviamo proprio nella sciavata.

Una ricetta a metà tra due mondi

La sciavata nasce, come tante grandi ricette della tradizione siciliana, dalla cucina povera: la preparavano le donne di casa nell’attesa che i mariti rientrassero dai campi, come alternativa più golosa e sostanziosa al solito pane. Rispetto alla pizza classica, l’impasto della sciavata è più idratato, più morbido, quasi liquido, ed è questo a regalarle quella consistenza unica, a metà tra la focaccia e lo sfincione. Rispetto allo sfincione palermitano, invece, mantiene un profilo più basso e rustico, con ingredienti semplici e un condimento meno stratificato ma non meno saporito.

Il segreto è tutto nella doppia lievitazione e nella cottura fulminea ad altissima temperatura, tradizionalmente nel forno a legna, che regala quella crosta bruciacchiata e croccante ai bordi e quella mollica sofficissima al centro. Il condimento più classico prevede pomodoro pelato, cipolla tagliata a filamenti, caciocavallo o pecorino stagionato, pangrattato tostato e un filo generoso di olio extravergine d’oliva; in alcune varianti compaiono anche le acciughe salate, per una nota più decisa e marina.

La ricetta della sciavata di Camporeale

Ingredienti per l’impasto (per 6-8 persone)

  • 500 g di farina di grano duro (semola rimacinata)
  • 500 g di farina di grano tenero tipo 00
  • 20 g di lievito di birra fresco (oppure 7 g di lievito di birra secco)
  • 20 g di sale fino
  • Circa 600-650 ml di acqua tiepida
  • Un cucchiaio di olio extravergine d’oliva

Ingredienti per il condimento

  • 400 g di pomodori pelati schiacciati grossolanamente
  • 250-300 g di caciocavallo semi-stagionato (o pecorino siciliano), tagliato a dadini o grattugiato grossolanamente
  • 2 cipolle rosse di medie dimensioni, tagliate a filamenti sottili
  • 3-4 cucchiai di pangrattato, leggermente tostato in padella
  • Origano secco q.b.
  • Olio extravergine d’oliva q.b.
  • Sale q.b.
  • Facoltativo: 4-5 filetti di acciuga salata, sminuzzati

Procedimento

  1. Sciogliere il lievito di birra in poca acqua tiepida presa dal totale, con un pizzico di zucchero se si desidera velocizzare l’attivazione.
  2. In una ciotola grande, o direttamente sul piano di lavoro, mescolare le due farine con il sale.
  3. Versare al centro il lievito sciolto e iniziare a impastare, aggiungendo l’acqua rimanente poco a poco: l’impasto della sciavata deve risultare più morbido e idratato di quello della pizza classica.
  4. Aggiungere un cucchiaio di olio extravergine e continuare a lavorare l’impasto per 8-10 minuti, fino a ottenere un composto omogeneo, elastico e leggermente colloso.
  5. Formare una palla, coprire con un panno o della pellicola e lasciare lievitare per circa 2 ore in un luogo tiepido, al riparo da correnti d’aria, fino al raddoppio del volume.
  6. Trascorsa la prima lievitazione, stendere l’impasto con le mani direttamente su una teglia unta d’olio, cercando di allargarlo fino ai bordi senza sgonfiarlo troppo: la sciavata tradizionale ha una forma irregolare, quasi rustica.
  7. Lasciare lievitare nuovamente per altre 1-2 ore, coprendo la teglia.
  8. Nel frattempo preparare il condimento: stufare leggermente la cipolla a filamenti con un filo d’olio, oppure utilizzarla cruda direttamente sulla teglia, secondo la tradizione più rustica.
  9. Distribuire sull’impasto lievitato il pomodoro pelato schiacciato, la cipolla, il caciocavallo a dadini, il pangrattato tostato, l’origano, le eventuali acciughe e un abbondante filo di olio extravergine d’oliva.
  10. Infornare in forno molto caldo: la ricetta tradizionale prevede una cottura in forno a legna a circa 280°C per soli 4-5 minuti. In forno di casa, cuocere a 250°C (forno statico, ben preriscaldato) per 15-20 minuti, controllando che la superficie risulti dorata e leggermente bruciacchiata ai bordi.
  11. Sfornare, lasciare intiepidire qualche minuto e servire la sciavata calda, magari accompagnata da un buon calice di vino rosso locale, DOC Alcamo o DOC Monreale.

Un morso di identità

Assaggiare la sciavata a Camporeale non è solo un’esperienza gastronomica, è un modo per entrare in contatto con la memoria contadina di un intero territorio. È il pane che diventa festa, la semplicità che si fa accoglienza, la Sicilia più autentica servita calda su un piatto. E se non sapete ancora come chiamarla, va benissimo: basta assaggiarla, il nome verrà da sé.

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