Il nostro viaggio alla scoperta dei castelli siciliani ci porta oggi a Gangi, un delizioso borgo nelle Madonie. Qui si trova un edificio dal passato interessante. Il Castello di Gangi sorse tra la fine del XIII secolo e i primi decenni del XIV, per volere di Enrico Ventimiglia.

Venne completato, probabilmente, dal nipote Francesco I Ventimiglia, conte di Geraci e signore di Gangi. L’edificio non fu dimora attuale dei Ventimiglia, che gli preferirono quelli di Geraci e Castelbuono.

Il Castello di Ganci è simile a quello di Castelbuono e appartenne ai Ventimiglia fino al 1625 anno in cui passò alla famiglia Graffeo. Poi fu di proprietà dei Valguarnera.

Nel corso del Seicento subì numerose trasformazioni, che lo resero più un palazzo che un castello. Sede dei Principi di Gangi, venne abitato dai Graffeo e saltuariamente dai Valguarnera in periodo estivo, sino a metà Settecento.

Tra fasti e abbandono

In seguito rimase in stato di abbandono e venne utilizzato come carcere e poi come scuola, finché non venne acquistato dalla famiglia Milletarì, che tuttora lo utilizza come abitazione privata. Parte dell’antico castello è anche proprietà della famiglia Ventimiglia di Monteforte, discendenti dall’antico casato madonita.

L’edificio, sito nell’alto di una cresta che da più di 1000 m di quota sovrasta l’abitato e domina le due valli del torrente Rainò.

Il castello, o meglio, l’ala che ne rimane presenta fondamentalmente invariato il suo impianto trecentesco, ma la stessa cosa non può dirsi della facciata che, volta a sud-ovest sulla piazza Valguarnera, si eleva con due piani.

L’ampio fronte contenuto fra due torri, apparentemente di epoche differenti, è scandito da due ordini di aperture, con robusto portale bugnato a piano terra, a sua volta sormontato dall’unico balcone del prospetto).

L’impianto della facciata, così come lo scalone interno che conduce ai piani superiori, fu opera della famiglia Graffeo a metà del Seicento. Dalla parte opposta, coerentemente alle sue funzioni difensive, si affaccia sullo strapiombo settentrionale del monte Marone.

Foto di Giorgio Pitarresi