Uno scioglilingua siciliano per il 2 novembre

Parlare della Festa dei Morti in Sicilia significa addentrarci nel territorio della tradizione siciliana. Si scoprono, così, una serie di usanze di cui molti non hanno mai sentito parlare. Consuetudini che ancora si rinnovano e continuano a mantenere più vivo che mai il legame con i nostri cari che non ci sono più.

Arriva ‘U pupu cu l’anchi torti

Tra le filastrocche siciliane dedicate a questa festa, ce n’è una davvero particolare. A seconda delle diverse aree della Sicilia in cui la sentite recitare, potete trovare delle piccole differenze. Di fondo, però, il significato è sempre lo stesso. Avete mai sentito parlare del pupo “cu l’anchi torti”? No? E allora è il momento di recuperare. Mettetevi comodi, perché c’è tanto da dire.

“Talè chi mi misiru i Morti, ‘u pupu cu l’anchi torti, a atta ch’abballava, u surci chi sunava. Passa la zita cu ‘a vesta di sita, passa u baruni cui cavusi a pinnuluni”. Queste le parole che risuonavano nelle case siciliane la mattina del 2 novembre. Nella notte, i morti avevano portato regali e dolci e i bimbi non vedevano l’ora di scoprire i loro doni. Recitavano, dunque, la tiritera, con uno scaramantico rispetto della tradizione.

I regali per la Festa dei Morti in Sicilia

Il regalo dolce più ambito era ‘u pupu ri zuccaru o pupaccena, una statuina interamente fatta di zucchero. Un trionfo (anche eccessivo) di dolcezza, con le fattezze di paladini, dame o personaggi di fantasia. Molto amata anche la frutta di Martorana, a base di pasta di mandorla. Il vero trionfo era trovare un “cannistru” in piena regola, con biscotti (Tetù e Teio, Taralli, Reginelle, Rame di Napoli e Ossa di Morto). Ovviamente solo i più buoni meritavano i regali migliori.

C’è stato un tempo in cui i regali per la Festa dei Morti erano perlopiù cose utili, come vestiti e scarpe. Non sono mai mancati, naturalmente, i giocattoli. Non pensate ai giochi di adesso, bensì a macchinine, pistole e bambole. I monelli, per recuperare le loro malefatte all’ultimo momento, riponevano ogni speranza in una “formula magica”: “Armi santi, armi santi, io sugnu unu e vuatri siti tanti. Mentri sugnu nta stu munnu di guai, cosi di morti mittitiminni assai”. Avrebbe funzionato? Difficile dirlo in anticipo… Foto: Massimiliano Purpura – Licenza.

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