01«Sei veramente una testa di burgio!» Questa frase in Sicilia era molto comune diversi decenni fa, oggi forse un po’ meno. Da dove nasce questo modo di dire che indica testardaggine o comunque chi vuol fare ostinatamente di testa propria? 
C’è da fare prima una considerazione linguistica sulla parola “testa”. Sembra infatti che essa non sia propriamente appartenente al latino classico. I popoli vinti dai Romani appresero la lingua dei dominatori e questa si sovrappose alle parlate locali. Inversamente, il latino accolse elementi dialettali, italici e non, configurandosi come "latino volgare": la lingua parlata si contrappone così alla lingua scritta. In realtà nelle Province romane (e la Sicilia ne fu la prima) fino al II secolo d.C si parlava il sermo vulgaris (lingua volgare, del volgo) o sermo rusticus (lingua rustica, campagnola, illetterata). Non si parlava il latino classico, ma un latino, differente da zona a zona, che aveva subito gli influssi particolari della regione in cui era stato importato. Tali modifiche agivano sia a livello fonetico (ad esempio, nelle parlate volgari delle popolazioni italiche si tende a servirsi di metafore concrete piuttosto che di vocaboli neutri: si usa testa, ossia "vaso di coccio a forma di testa umana", al posto del latino caput), ed erano sostanzialmente dovute al sostrato, appunto lo strato linguistico precedente al latino.
Una porzione di lessico del latino volgare rappresenta una evoluzione rispetto al latino classico. Ad esempio, testa(m), da cui origina il moderno italiano “testa”, ha sostituito il latino classico caput. È probabile che nel parlato il caput venisse indicato scherzosamente con altri termini cavati metaforicamente dal linguaggio delle cose quotidiane (così come si dice oggi coccio o zucca); testa(m) era originariamente "vaso di terracotta": via via la venatura ironica scomparve e caput sopravvisse come “capo” solo in certi contesti dotti. (Marazzini, 2004, p. 40).
Detto ciò, perché si dice proprio“testa di burgiu”? Burgio è un Comune in provincia di Agrigento che ha avuto, a partire dalla fine del ‘500, una grande tradizione artigianale legata alla produzione di ceramiche artistiche. La scuola ceramica burgitana, sebbene rinomata in minor misura rispetto alle più diffuse di Sciacca, Santo Stefano di Camastra e Caltagirone, rappresenta una delle specialità artigianali più raffinate di Sicilia. Quindi la produzione di “teste”, cioè di vasi di coccio a forma antropomorfa a Burgio, ha probamente dato origine al consueto modo di dire. Ma esiste anche l’ipotesi che sia stata la produzione dei vasi antropomorfi della scuola calatina, detti ”testa di moro”, a far scattare una forma di ingiuria dei ceramisti di Caltagirone verso quelli di Burgio. 
Per finire la leggenda narra di una bellissima fanciulla vissuta in Sicilia durante la dominazione araba, attorno l’anno mille. La sua pelle era rosea come i fiori di pesco nella loro piena fioritura, i suoi occhi sembravano rispecchiare l’azzurro del mare. 
Segregata in casa passava le sue giornate curando i fiori sul suo balcone. Un giorno la vide un giovane moro che si trovava a passare sotto il suo balcone e, colpito da tanta bellezza, decise di volerla fare sua. Senza indugio entrò in casa della ragazza e le dichiarò il suo amore, la fanciulla colpita da tanto ardore gli si concesse. 
Dopo qualche tempo la fanciulla scoprì che il suo bel moro presto l’avrebbe lasciata per tornare nel proprio paese dove l’attendevano la moglie e i figli.
La fanciulla attese la notte e mentre il moro dormiva lo uccise, lo decapitò e della testa ne fece un vaso in cui piantò del basilico che mise in bella mostra sul balcone, così il moro rimase per sempre con lei. Il basilico intanto cresceva rigoglioso destando l’invidia degli abitanti del quartiere i quali, per non essere da meno, si fecero fabbricare dei vasi di terracotta con le sembianze umane.

Di Corrado Rubino