Andrea Camilleri ci ha lasciato il 17 luglio del 2019, ma attraverso ciò che ha scritto il suo ricordo rimarrà sempre vivo. Abbiamo pensato di rendere omaggio allo scrittore siciliano riportando un testo pubblicato da Repubblica nel marzo del 2018. Camilleri parla della felicità e di ciò che rappresentava per lui.

«La felicità – ha scritto Camilleri – per me non ha motivazioni, non ne ha mai avute, per me è fatta di cose ridicole. La felicità per me era aprire la finestra al mattino, sentire l’aria fresca, guardare fuori. Alzarsi presto, aspettare che tutta la casa prendesse vita, sapere che dopo un po’ si sarebbero alzate le persone a me più care e che presto ci sarebbero state le loro voci intorno a me. E che poi avrei iniziato a scrivere. Questa era la felicità. Ora è più difficile, se apro la finestra o accendo la luce, vedo sempre lo stesso buio».

«Oggi più che mai mi accorgo di aver legato la felicità al corpo. Ho voluto bene al mio corpo anche se l’ho trattato senza nessuna cautela. Ho bevuto per trent’anni una bottiglia di whisky al mattino e sono settantaquattro anni che fumo ininterrottamente. E il mio corpo non mi ha mai tradito. Oggi che lo sento sofferente, malandato, uno strumento arrugginito che fa fatica a mettersi in moto, mi intristisco e provo pietà per noi. Ma quando tento, con sforzo, di girare la manovella del mio corpo e quando lui risponde a dovere, provo di nuovo un sentimento leggero di felicità».

Leggi anche > Le migliori citazioni di Andrea Camilleri

«Con il mio cervello invece – ha aggiunto lo scrittore – ho pochi rapporti di felicità, non è quasi mai presente quando sono felice. Io la felicità l’ho trovata sempre nelle cose terrene, concrete, negli odori, nei sapori, nei rapporti umani, non nella letteratura. Di certo però la scrittura non mi ha mai portato infelicità, mi sono sempre divertito a scrivere, così come a leggere».

Una felicità che per Andrea Camilleri era fatta di piccole cose.

«L’aspetto che più mi piace della felicità è che duplicabile, se riesci a rinnovare dentro di te la memoria di un momento felice, quell’evento ha ancora un’eco di felicità. La felicità è un istante, l’accensione di un fiammifero che in quei pochi secondi di luce ti permette però di vedere a lungo».

Da qui il ricordo di un dolce aneddoto.

«Per esempio una mattina in campagna sentii a un tratto l’odore della citronella, un’erba selvatica che cresce nelle vicinanze dell’acqua. Ecco, io mi fermai, non feci più un passo, restai immobile a respirarne l’odore che mi riempiva i polmoni, me li slargava e in quel momento mi sentii in armonia, con me stesso, con le persone vicine e quelle lontane, con gli uomini e le donne che abitavano l’altra parte dell’emisfero della terra. E rimasi fermo lì, in attesa. Durò ancora qualche istante, poi, forse il vento, portò via quell’odore, ma io non mi intristii, ripresi a camminare e continuai a portarmene dentro la memoria».