La storia della pescivendola di Palermo ci porta indietro nel tempo, alla metà del Cinquecento. La protagonista è una donna che venne messa sotto processo per stregoneria dall’Inquisizione siciliana nel 1588. Affermava di essere associata alle fate e la sua confessione fu tra le prime a descrivere una forma di contatto tra elfi ed esseri umani in Sicilia. Proprio il suo caso fu uno dei primi a trattare l’argomento e la sua confessione fu tipica di questi casi. Agli inquisitori raccontò che, quando aveva 8 anni, aveva volato con un gruppo di donne, a cavallo di una capra, sopra Benevento. qui aveva visto un ragazzo adolescente di colore rosso e una bella donna seduta su un trono. Li chiamavano il re e la regina. Il capo delle donne che l’aveva portata lì, chiamato araldo, le aveva detto che se si fosse prostrata in ginocchio davanti al re e alla regina degli elfi e avesse promesso loro fedeltà, avrebbe ottenuto ricchezze, bellezza e uomini belli, con i quali avrebbe potuto avere rapporti sessuali, e che non avrebbe dovuto adorare Dio e la santa Vergine.

La pescivendola accettò di adorare il re come un dio e la regina come una dea e giurò la sua fedeltà su un libro che le era stato mostrato dall’alfiere, e lei promise il suo corpo e l’anima alla coppia divina. Dopo giunsero in un luogo con tavole imbandite e mangiarono, bevvero e fecero si unirono fisicamente. Dopo di che riferì che si era svegliata come da un sogno. Sostenne che non era a conoscenza che questo era peccato, prima che il prete le dicesse che queste erano opere di satana. Disse che aveva continuato a farlo, perché ciò l’aveva resa tanto felice. In alcune occasioni, disse, gli elfi l’avevano prelevata prima che andasse a dormire per evitare che il marito e i figli si accorgessero della sparizione. Affermò che lei era sveglia per tutto il tempo, dichiarando inoltre che il re e la regina le avevano dato la medicina per curare i malati, in modo che potesse guadagnare soldi e alleviare la sua povertà.

Il processo alla Pescivendola di Palermo

Dopo questa dichiarazione rilasciata liberamente, l’Inquisizione la interrogò facendole le domande di rito. L’atteggiamento dell’Inquisizione era che non esistevano le fate, ma erano un residuo di superstizione pagana che doveva essere sradicata e non presa sul serio. Pertanto, gli eventi descritti dovevano essere stati un sogno, nel qual caso si poteva accettare la sua storia di fate, o, se erano realmente successi, doveva essere stato il sabba di una strega. Pertanto, le posero le domande per capire se si era trattato di un sogno o di realtà. Nel caso fosse stata la prima ipotesi, sarebbe stata liberata, mentre se si fosse trattato della seconda sarebbe stata ritenuta una strega. La pescivendola, tuttavia, superò l’interrogatorio. Si giunse alla conclusione che “tutto questo sembra a lei come successo in un sogno”, e che era veramente stato tutto solo un sogno, “per quanto potesse stimare l’accaduto”.

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