Donas de fuera, chi erano costoro? Il nostro viaggio alla scoperta delle più affascinanti leggende siciliane ci porta oggi ad approfondire la conoscenza di una storia molto particolare. Le Donas de fuera (“donne dell’altrove”) erano essere femminili soprannaturali, simili alle fate del folklore britannico. Il loro nome si trova, fra il XVI e il XVII secolo, tra i processi legati alla caccia alle streghe in Sicilia. Cerchiamo di capire meglio chi erano e perché sono entrate a far parte dell’immaginario collettivo. Questi personaggi sarebbero entrati in contatto con gli esseri umani, per lo più donne, che avrebbero reclutato a Benevento, nel Regno di Napoli. Erano belle e vestite di bianco, rosso o nero. In realtà, potevano essere sia uomini che donne ed avevano piedi simili a zampe di gatto o cavallo o, comunque, arrotondati. Giravano in gruppi di cinque o sette: una fata maschio suonava il liuto o la chitarra mentre ballava.

Fate ed esseri umani erano divisi in gruppi di diverse categorie, sotto l’insegna di un alfiere. Ogni martedì, giovedì e sabato, le fate incontravano nel bosco gli esseri umani che appartenevano al loro gruppo. Nel mese di marzo si riunivano e il/la principe/principessa li istruiva, affinché fossero creature benevole. In particolare, i componenti di una congregazione, “Le sette fate“, si potevano trasformare in gatti o Aydon (gli aydonos erano in grado di uccidere).

Donas de fuera e streghe

Tra il 1579 e il 1561 ci furono diversi processi alle streghe in Sicilia. I processi sommari, trasmessi all’Inquisizione spagnola Suprema di Madrid dal tribunale siciliano, riguardarono un totale di 65 persone, otto delle quali di sesso maschile. Molti erano ritenuti associati alle fate e messi sotto processo per stregoneria. L’Inquisizione li denunciò come streghe, ma spesso non prese sul serio questi casi, poiché gli imputati non menzionavano il diavolo nelle loro confessioni. Occasionalmente si associavano gli incontri con elfi come eventi simili ad un sabba. Dato che la popolazione locale in generale aveva una visione positiva dei fenomeni, non venne data grande rilevanza alla questione.

Gli imputati dicevano che si erano associati alle fate perché avevano il “sangue dolce”, e che nella maggior parte dei casi, andavano alle riunioni sotto forma non corporea, lasciando dietro di sé i loro corpi. Questo era simile al concetto di proiezione astrale ed era qualcosa che avevano in comune con i benandanti, un gruppo correlato anch’esso sotto il controllo dell’Inquisizione. Ma anche negli anni 80 del ‘900 l’antropologo tedesco Thomas Hauschild, eseguendo delle ricerche sul campo nella regione Basilicata del Sud d’Italia ha trovato una simile tradizione di narrazione di esperienze di volo magico che intitolano le guaritrici alla guarigione sciamanica.

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