C’è un punto, all’estremità di un promontorio conteso tra Trapani e Palermo, dove le case sono bianche e squadrate, strette attorno a un porticciolo. San Vito Lo Capo ha sempre respirato al ritmo delle barche che tornavano dalla pesca. E oggi ha trasformato quel ritmo: con la spiaggia bianchissima che ogni estate attira tantissimi visitatori, il titolo che rende questo borgo davvero unico ha sì il sapore del mare, ma anche quello di un brodo di pesce che sobbolle lentamente. San Vito Lo Capo è, tutto l’anno, la capitale mondiale del cous cous – un’identità cucita in oltre 25 anni attorno a un piatto che oggi profuma in ogni ristorante del paese, e che a settembre trova la sua consacrazione in una delle feste gastronomiche più sentite d’Italia.
Da borgo di pescatori a meta gastronomica
Il cous cous di pesce è la specialità che ha reso San Vito Lo Capo riconoscibile ben oltre i confini della Sicilia: oggi si trova praticamente in ogni ristorante del paese, diventato il simbolo gastronomico del territorio. Eppure anche città come Trapani e Mazara del Vallo hanno un primato quando si tratta di cous cous. Cosa ha fatto la differenza? Un festival.
Il Cous Cous Fest, il motore del cambiamento
Dal 1998 San Vito Lo Capo ospita il Cous Cous Fest, una manifestazione nata come progetto di marketing territoriale con un obiettivo preciso: destagionalizzare i flussi turistici della cittadina. L’obiettivo è stato centrato oltre ogni previsione: l’evento richiama a settembre circa 200mila persone. Così, fuori stagione in molti arrivano in città.
Un piatto arrivato dal deserto, diventato universale
Il cous cous è approdato sulle coste siciliane con la dominazione araba, che in questa parte dell’isola ha lasciato tracce profondissime. Piatto nazionale di diversi paesi del Nord Africa, ha una storia antichissima e ingredienti poveri, ma porta con sé un patrimonio simbolico enorme: è il piatto della convivialità, dell’abbondanza, dell’unione tra culture e religioni diverse. Esistono innumerevoli versioni regionali e stagionali, dal Marocco alla Libia, dall’Algeria alla Tunisia, e superato l’Egitto, spostandosi verso il Medio Oriente o l’area turco-balcanica, i chicchi di semola cambiano forma e nome – basti pensare alla fregola sarda. È un piatto locale e globale insieme, che rifiuta la standardizzazione e si apre alle contaminazioni: il veicolo perfetto per raccontare non solo il cibo, ma i popoli e le tradizioni che lo accompagnano.
Dalla zuppa di scarti al piatto delle eccellenze
La versione tradizionale di San Vito Lo Capo, come quella trapanese, è a base di pesce, lavorata manualmente e cotta lentamente a vapore fino ad assumere quel profumo marcatamente marino che la contraddistingue. Ma non è sempre stata la festa di sapori che si conosce oggi: nasceva dagli avanzi della pesca, dalle parti e dai pesci meno pregiati, cotti in una zuppa che diventava il brodo per condire la semola. Da piatto povero – in cui più che pesce c’erano lische – il cous cous è diventato il palcoscenico delle eccellenze del pescato locale, capace di bilanciare la dolcezza della semola con la sapidità del pesce fresco (un abbinamento che in molti completano con un calice di Grillo).
Essendo una ricetta “non scritta”, di quelle che si cucinano a sentimento, il cous cous è anche il terreno ideale per la creatività: ogni cuoco propone la propria versione, seguendo gusto, stagione e disponibilità degli ingredienti. Da qui è nata l’idea di una gara internazionale capace di aggregare, nel nome del cous cous, popoli, storie e tradizioni differenti – l’evento che ha reso San Vito Lo Capo capitale mondiale del cous cous, dell’accoglienza e della multiculturalità. Un’avventura cominciata 25 anni fa della quale nessuno avrebbe immaginato un’evoluzione così sorprendente, incluso l’effetto sulla promozione culturale e turistica del territorio.
San Vito Lo Capo non è solo cous cous: cosa vedere tra mare e riserve naturali
Fino agli anni Settanta San Vito era meta di turismo prevalentemente locale: trapanesi e palermitani iniziarono a comprare qui le seconde case, e il borgo di pescatori si trasformò gradualmente in una delle destinazioni più visitate della regione. Sorge all’estremità di un piccolo promontorio tra Trapani e Palermo, alle pendici del Monte Monaco, affacciato da un lato sul Golfo di Castellammare verso la Riserva Naturale dello Zingaro, dall’altro verso la Riserva di Monte Cofano. Non ci sono architetture barocche o palazzi nobiliari, ma casette bianche squadrate affacciate su un piccolo golfo naturale protetto da due pareti a picco sul mare. Il centro si è sviluppato attorno a un’antica fortezza contro le incursioni dei pirati saraceni, poi trasformata in chiesa dedicata al patrono San Vito: fenici, arabi, normanni e spagnoli hanno lasciato il segno anche nelle torri costiere e nelle antiche tonnare, oggi dismesse ma ancora visitabili.
Oltre alla spiaggia bianchissima e alle calette raggiungibili in barca, c’è tanto da vedere e fare nei dintorni. Chi ama camminare può affrontare il trekking sul Monte Monaco, magari per godersi il tramonto, o inoltrarsi nella Riserva Naturale dello Zingaro: sette chilometri di costa rocciosa tra calette da sogno, macchia mediterranea e grotte preistoriche. Poco distanti ci sono anche Makari e Castelluzzo. San Vito, insomma, non è solo mare e non è solo estate: può essere molto di più.
