Le curiosità sulla lingua siciliana.

  • Parliamo dei modi di dire che solo i siciliani possono capire.
  • Alcune frasi, se non sei nato in Sicilia, sono peggio di un rebus!
  • Ecco quali sono e come vanno utilizzate.

Chiunque arrivi in Sicilia per la prima volta, si trova davanti a un’infinità di cose da scoprire. Tra storia, cultura ed enogastronomia, c’è davvero l’imbarazzo della scelta. A questo, poi, si aggiunga anche l’incontro ravvicinato con la lingua siciliana, una delle più belle in assoluto. Se non si è nati sull’isola o non si è soliti ascoltare qualcuno che la parla, ci si può ritrovare davanti a parole incomprensibili. Proprio per questo abbiamo pensato di suggerirvi i modi di dire che solo i Siciliani possono capire. In questo modo non avrete più dubbi.

I Modi di dire che solo i Siciliani possono capire

  • Botta ri sali!  Si tratta di un’imprecazione molto famosa, che si lancia verso qualcuno verso cui non si nutre grande simpatia. In questo modo gli si augura qualcosa di brutto, un accidente. In alcuni casi si considera una vera e propria maledizione. L’origine di questa frase è abbastanza antica ed è ricollegata al duro lavoro dei minatori. Questi estraevano il sale in anguste e pericolose gallerie e spesso sbattevano la testa contro le pareti rocciose. Così si procuravano gravi ferite.
  • Chioviri pisuli pisuli.  Capita a volte di trovarsi di fronte a una pioggia che cade abbondantemente e ininterrottamente. C’è a tal proposito un modo di dire, tipico della nostra regione, che sta ad indicare questo tipo di situazione meteorologica: “Chiovi pìsuli pìsuli!”. La parola pìsuli nel suo significato, pare sia in qualche maniera etimologicamente riconducibile al verbo latino pènsilis che significa “che pende”.
  • Cadiri da naca.  Questo modo di dire indica il momento in cui una persona, venuta a conoscenza di una determinata notizia, si ritrova spaesata, sorpresa per quella inaspettata novità. La naca era un particolare tipo di culla, molto rudimentale, costituita da una pelle di montone, o da un panno. Era solitamente sospesa con corde sul letto matrimoniale. In passato, soprattutto nei paesini della Sicilia, i bimbi si mettevano a dormire nella naca tenuti costantemente sotto controllo dai genitori.
  • Aviri a Canazza. Avere la canazza significa non avere voglia di fare niente. L’analogia è con un cane che si sta riposando. La canazza, dunque è quello stato mentale, ma anche fisico, che ci può colpire in qualsiasi giornata, in qualsiasi momento.
  • Unn’è santu chi sura! Fa riferimento al fatto che le statue dei santi, che sono di marmo, notoriamente non sudano. L’espressione si utilizza per indicare che non si riuscirà a ottenere qualcosa ed è strettamente connessa a un celebre proverbio: “È inutili ca ntrizzi e ffai cannola, u santu è di marmuru e nun sura“. Il proverbio ha come protagoniste una mamma e una figlia. La mamma spiega alla figlia che è inutile che fa trecce (intrizzi) e boccoli (cannola): l’uomo del quale è innamorata è un santo che non suda. Insomma, nessuna speranza di un lieto fine!
  • Fari comu ‘na taddarita. Si tratta di un’espressione molto famosa. La taddarita è il pipistrello, quel piccolo animaletto che di giorno dorme e di sera tardi esce. Il nome deriva dallo spagnolo “tardes” e da qui, a sua volta, deriva “taddarita”. Nel Catanese esiste una variante dell’espressione Fari comu ‘na taddarita: Fari comu ‘na signa, cioè una scimmia. È molto probabile che queste frasi si utilizzino per indicare qualcosa di eccezionale rispetto alle capacità dell’uomo. Il pipistrello sta, infatti, sempre in movimento quando è sveglio ed è anche un animale molto particolare: sa volare e ha anche delle sembianze non proprio gradevoli, che lo fanno somigliare al demonio.
  • Chi nicchi e nacchi. Indica l’estraneità di un fatto o una persona, rispetto a un fatto o a una persona. In generale, la si pronuncia con disappunto o meraviglia. Volendo abbozzare una prima traduzione, potremmo dire che si traduce con “Cosa c’entra?”. L’espressione deriva dal latino “Nec hic, nec hoc”, cioè né questo né quello. Da qui, l’abitudine di utilizzarla per indicare qualcosa che non c’entra nulla con un discorso.
  • Alla sanfasò.  Questo modo di dire è popolare sulla nostra isola, ma anche nel napoletano e si traduce come “senza un filo logico”, “in modo scriteriato”. Si usa dire, dunque “Fari a sanfasò“, cioè a modo proprio. Ma da dove viene quest’espressione? Si tratta di una corruzione del francese “sans façon” oppure “à sa façon“, che sta letteralmente per “senza maniere”, senza cerimonie, in un modo sbrigativo.
  • Cose chì pampìni. Le cosi chi pampini, cioè con i pàmpini, sono quelle cose di grande apparenza, sfarzose alla vista. Per una cosa con i pampini non si bada a spese. Si rendono tutti partecipi, se ne amplifica la portata parlandone. I pampini altro non sono che le foglie della vite, quindi l’immagine è quella di una vigna che produce molte foglie, perfino più foglie che frutti. Quando si parla di cose chi pampini, spesso, si vuole alludere a qualcosa che punta molto sulla forma e poco sulla sostanza, con un’accezione negativa, quindi.
  • A tinchitè (o tignitè). in riferimento a qualcosa che viene servito in abbondanza, in quantità spropositata. Vi siete mai chiesti da dove derivi questa definizione così diffusa, dal suono così tanto musicale? Una prima risposta arriva da Giuseppe Gioeni, nel suo Saggio di etimologie siciliane: l’espressione arriverebbe dalla Spagna. Nella regione catalana, infatti, viene utilizzato “a tingut tè”, che significa “oltre all’avuto, eccoti ancora”. I conti tornano, dunque, perché c’è una corrispondenza con la Sicilia. Le spiegazioni, tuttavia, non finiscono qui. Un articolo a firma di Eva Luna Mascolino, pubblicato da Sicilian Post, ci dice qualcosa di più. Il termine a tinghitè sarebbe un’abbreviazione del sintagma “ti inghi tè”, cioè “ti riempi tu”, con un riferimento a un interlocutore che non si pone limiti. Entrambe le interpretazioni calzano alla perfezione e non esiste, di fatto, un’unica certezza.

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