Alla scoperta dell’entroterra siciliano.

  • Bivona in provincia di Agrigento: una cittadina da conoscere.
  • Fu uno dei maggiori centri feudali della Sicilia.
  • È celebre per la bontà delle sue pesche, ma c’è davvero tanto da vedere.

Oggi facciamo tappa in una cittadina circondata dai Monti Sicani che, tra il Quattrocento e il Cinquecento, fu uno dei maggiori centri feudali della Sicilia, il primo a essere elevato a ducato. Vi si attesta uno dei culti più antichi di Santa Rosalia di cui si abbia notizia certa. Tutti la conoscono, naturalmente, per la bontà della pesca Bivona, ma c’è molto altro di cui parlare. Siamo nell’entroterra agrigentino, al confine con il territorio di Palermo. In parte, questi luoghi rientrano nella riserva naturale orientata Monti di Palazzo Adriano e Valle di Sosio, nell’ambito del Parco dei Monti Sicani. E questo è solo l’inizio del nostro viaggio.

Bivona, la storia dei luoghi

Nel 1553, a proposito di Bivona, il padre gesuita Domenech, scrisse: «Oltre a ciò sappia V.P. che questa terra si trova in mezzo a molte altre terre e città, che le fanno corona. A dieci, venti, venticinque miglia, poco più poco meno, da essa distanti si trovano Agrigento, Termini, Trapani, Mazara, Giuliana, Prizzi, S. Stefano, con Palermo ch’è ad una giornata di viaggio. E poiché è terra sana e molto abbondante di frumento, carni e legna, e quanto ai costumi molto migliore di Palermo e Messina, si crede che dai paesi circonvicini molti genitori vi manderanno a studio i figlioli piuttosto che nelle due predette città. È inoltre ricca di fontane e giardini, sano n’è il clima e gode fama di essere la migliore fra le montagne di questo regno». Il territorio è alle pendici dei Monti Sicani, che lo sovrastano, formando un anfiteatro naturale. Addentriamoci e scopriamo qualcosa di più.

L’origine del nome e cosa vedere

Il nome Bivona sembra non essere di origine araba. Per la prima volta compare in un documento del 1171, ma fino ai primi anni del Cinquecento era più utilizzato nella forma Bibona. Esisteva anche la forma “Bisbona“, derivante probabilmente da “bis bona”, “due volte buona”. In uno scritto del 1557 si legge: «È questa terra detta Bivona, quasi Bi-bona, cioè bis-bona, per la perfezione dell’aria, essendo posta sopra altissime rupi e per l’abbondanza delle salutifere acque e fruttiferi arbori, de quali sommamente abbonda, luogo veramente più che buono e amenissimo». Stando ai reperti rinvenuti, quest’area era probabilmente frequentata già a partire dall’età del rame.

A Bivona si trovano numerosi edifici religiosi, mentre molti dei palazzi nobiliari seicenteschi sono stati distrutti i inglobati da costruzioni più moderne. Vanno citate la Chiesa madre Chiaramontana, di cui rimane solo il portale della facciata principale, esempio di arte gotica-chiaramontana; la Chiesa di San Bartolomie, di cui resta il portale barocco; la Chiesa di Santa Rosalia, che conserva il fercolo della statua della santa, un crocifisso ligneo e alcune tele sette-ottocentesche; la Chiesa dell’Annunziata, con alcuni dipinti dello Zoppo di Ganci; la Chiesa di Santa Maria di Loreto, detta anche di San Domenico, una delle più grandi della cittadina; il Santuario della Madonna dell’Olio, antico luogo di culto fuori dal centro abitato. A queste si aggiungono le edicole sacre di Bivona, testimonianza di un’antica tradizione religiosa. Passiamo, dunque, alle architetture civili.

I palazzi e i prodotti tipici di Bivona

Tra i palazzi, vanno citati il Palazzo Ducale, il palazzo municipale, quelle del Marchese Greco, Palazzo De Michele e il Palazzo dei baroni Guggino. Esistono circa venti fontane pubbliche. La maggior parte di esse fu costruita a partire dal 1887. Alcune sono semplici, in ferro o in ghisa, mentre altre sono dotate di lavatoio. Non possiamo che concludere la nostra visita parlando dei prodotti tipici locali. I più rinomati sono a base di pesche: torta alle pesche e di ricotta, biscotti con marmellata di pesche, pasticciotti con marmellata di pesche. Altre specialità sono la pasta ‘ncasciata (con broccoli, pomodoro, pecorino e lardo); la froscia (con ricotta fresca, pane, uova e nepetella); la caponata di olive verdi (con olive verdi sotto sale, cipolla, sedano, aglio, sale e pepe, origano, uva, olio di oliva, aceto); li sfinci (preparati con farina di grano duro, lievito di pane, olio e acqua calda); le paste alla frutta, la pignolata  e la cubata (un impasto di mandorle, zucchero, miele e cannella). Foto: Salvatore Giallombardo – licenza.

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