La storia del macco di fave siciliano.

  • U maccu, una tipica ricetta siciliana che fa bene al corpo e allo spirito.
  • Si tratta di un piatto della tradizione contadina, di antichissima tradizione.
  • Non tutti lo sanno, ma è stato inserito nella lista dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali Italiani (P.A.T).

Alcune ricette tipiche siciliane hanno il pregio di rinfrancare il corpo e lo spirito. Basta un assaggio per sentirsi subito coccolati e rincuorati. Il merito è della splendida cucina popolare della Sicilia, che ha saputo dare vita a piatti unici, con pochi e semplici ingredienti. U maccu è uno di quei piatti: una crema di fave secche e sgusciate, che non ha bisogno di fronzoli per essere deliziosa. Il macco di fave siciliano è particolarmente legato all’Agrigentino e alla città di Raffadali, ma si cucina in tutta la Sicilia. Non tutti lo sanno, ma le origini sono davvero antiche e affondano le radici nell’antica Roma. La sua bontà gli ha permesso di arrivare ai giorni nostri e di essere sempre apprezzato: si cucina in particolari ricorrenze, ma è buono in ogni occasione. Scopriamo tutto quello che c’è da sapere sul piatto.

U maccu ri favi nella storia

Come abbiamo anticipato, pare che il macco di fave si mangiasse già nell’antica Roma. Il nome, infatti, deriva dal tardo latino e vuol dire “schiacchiare, ridurre in poltiglia”. Si collega a “Maccus”, dal greco “maccuan”, cioè “fare il cretino”, un personaggio delle farse popolari romane (un progenitore di Pulcinella). Questa macchietta era come i “servi sciocchi” del Settecento: quei mangiatori ingordi che si rimpinzavano di alimenti grossolani. Già Aristofane, nel 450 a.C., nella sua commedia “Le rane” parla di una pietanza a base di fave schiacciate, che Eracle mangiava per trarre forza e nutrimento. Nella tradizione il macco è un cibo contadino per eccellenza, poiché permette di riempirsi la pancia con poco. Esistono anche dei proverbi siciliani ad esso dedicati, come “Cogghiri l’ogghiu supra ‘u maccu” (raccogliere l’olio sul macco), per parlare di una persona tirchia.

Fave, la carne dei poveri

Le fave sono arrivate in Italia 5mila anni fa. Erano, in passato, il nutrimento tipico dei meno abbienti e, per questo, le si chiamava la “carne dei poveri“. Si tratta, infatti, di legumi ricchi di proteine, fibre e sali minerali. Dato che sono composte all’84% di acqua, aiutano anche la funzione depurativa dei reni. In tante località della Sicilia si coltivano le fave, non solo per il consumo alimentare, ma anche perché è una pianta “miglioratrice”, che aiuta cioè a rinnovare terreni argillosi e pesanti. Per la ricetta del macco di fave siciliano si consigliano le fave “cucivule”, cioè che si sfaldano facilmente in cottura. Sono perfette le fave larghe di Leonforte, un Presidio Slow Food della provincia di Enna.

U maccu nella tradizione siciliana

U maccu è strettamente legato alla festa di San Giuseppe, viene preparato tradizionalmente il 19 marzo in tante città della Sicilia e, in alcuni paesini, viene consumato in grandi tavolate collettive, che riuniscono la cittadinanza. A Raffadali è un piatto tipico della festa della Madonna del Rosario. Il primo fine settimana di ottobre si celebra cucinando u maccu. Di solito si prepara con le fave secche sgusciate, ma ne esiste anche una variante con le fave verdi. In ogni caso i legumi vengono sbucciati due volte: prima si tolgono dal baccello, poi si privano della loro pellicina. Si tratta di una crema di fave cotte con cipolla o cipollotto, spesso aromatizzata con il finocchietto selvatico. In alcune versioni viene anche arricchita con erbette o verdure fresche, come i vurrani, cioè la borragine. Si dice che la miglior maniera di gustare il Macco sia “ru fili ri pasta cu maccu e ricotta frisca a tignitè” (con due fili di pasta e ricotta in abbondanza). Una ricetta tipica è quella dei “lolli che’ favi” ragusani, a base di pasta fresca. Se preparate il macco di fave siciliano in abbondanza, il giorno dopo potete gustarlo fritto (qui la ricetta): un antipasto speciale! Per la ricetta classica del macco, invece, basta un click qui.

Foto Instagram @trepanche

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