Scopriamo oggi la storia di Pollina, in provincia di Palermo. Forse non tutti lo sanno, ma la sua origine è legata a una affascinante credenza popolare, che narra la storia di un amore contrastato.

Secondo alcuni storici, Pollina potrebbe essere la moderna erede di Apollonia, una città della Magna Grecia, consacrata ad Apollo, dio della luce, della poesia e della divinazione. Diversi scrittori dell’antichità, tra i quali Primo Cicerone, Diodoro Siculo e Stefano Bizantino, narrano di una certa Apollonia, ubicata tra Motta e Gangi. Non esistono, comunque, documenti o reperti in grado di confermare questa tesi.

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Andando invece alla credenza popolare, si dice che Pollina sia nata dalla fuga di due amanti, Donna Pulina (una principessa normanna) e Ayub (un visir arabo). Le rispettive famiglie contrastavano il loro amore e i due si videro costretti a fuggire per cercare un luogo romantico e isolato in cui costruire il loro romantico e inoppugnabile castello. Avrebbero scelto la cima della montagna sulla quale oggi sorge Pollina, costruendo lì il castello.

Nel 1321 dal vescovo di Cefalù venne concessa al conte Francesco Ventimiglia, la cui famiglia conserverà la baronia fino alla eversione della feudalità agli inizi del secolo XIX. Dal 1321 alla fine della feudalità (1812), fece parte fondamentalmente dei possedimenti della famiglia Ventimiglia e il suo sviluppo fu legato essenzialmente a quello del “Marchisato”. Nel XVI secolo, proprio sotto la dominazione dei Ventimiglia, raggiunse il suo massimo splendore.

Nei primi del ‘500 il controllo da parte dei Ventimiglia, sugli sbocchi marittimi di Termini Imerese, Cefalù e Castel di Tusa, pose in secondo piano l’importanza dello sbocco di Finale. In seguito, , lo sbocco marittimo di Finale, per la “Val Demone”, acquistò importanza vitale per la vita economica e commerciale dell’intero territorio controllato dai Ventimiglia. Infatti, come testimonia V. Amico, ai tempi cominciava a svilupparsi Finale come centro abitato dove esisteva già una “decentissima abitazione del marchese di Geraci con annessa torre di ispezione”.

Finale si sviluppava quindi come sbocco commerciale marittimo del Marchesato, con l’area dei depositi retrostante alla torre di guardia (l’attuale “Torre” di Finale), la residenza saltuaria del Marchese ad Ovest dell’abitato e le abitazioni tra questi “poli”, “con delle rette vie”.

Lo sviluppo turistico della zona cominciò negli anni ’70 del Novecento, quando su progetto dell’architetto Foscari fu costruito, sulle linee del teatro greco, un teatro all’aperto ricavato da una roccia dolomitica, dal particolare colore metà rosato e metà bianco, da cui il nome di “Pietrarosa”.