Chi ciauru (o ciavuro)! Ecco da dove deriva la parola siciliana.

  • Tra le parole siciliane più conosciute, c’è indubbiamente quella che indica il buon odore.
  • Vi siete mai chiesti quale sia la sua origine?
  • Noi sì e abbiamo trovato una risposta: eccola.

Chi ciauro!”: i siciliani, e chiunque sia stato in Sicilia almeno una volta, conoscono molto bene questa esclamazione. Con questo termine si indica un odore estremamente piacevole e si utilizza principalmente per sottolineare la bontà delle pietanze. Viene usato anche nelle varianti ciàvuruciàguru, ciàiru o ciàviru e tutte hanno in comune il significato. Camminando per le vie del centro storico di Palermo, potete sentire gli sfincionari che esclamano “Chi ciavuru, ‘u pitittu ti fazzu rapiri“, cioè “Che buon profumo, ti faccio venire fame”, per invogliare ad acquistare il loro sfincionello. La cucina siciliana, soprattutto quella della tradizione, è un vero trionfo di aromi e fragranze. Profumi inconfondibili, che stuzzicano il palato ancora prima che un piatto sia arrivato a tavola. Ma da dove arriva questo termine (con le sue varianti)? Ve lo diciamo subito.

Origine del ciavuro

Soltanto noi lo chiamiamo così: ciavuru, come per voler sottolineare ancora di più lo strettissimo legame che ci unisce alla tradizione culinaria. Il ciaviru, comunque, esiste anche al di fuori della cucina, perché la parola può comunque adattarsi a ogni buon odore (anche se è nei cibi che trova massima espressione). Nettamente diverso da profumo o odore, sembra non avere nulla in comune con parole come smell, fragrance o parfum. Di solito, quando ci chiediamo da dove derivi una parola siciliana, sappiamo andare a colpo sicuro, ma in questo caso è più difficile. L’origine della parola ciauru è da ricercare nel tardo latino:  flagrum sostituì con sempre maggiore frequenza le più comuni voci fragrantia e odor. Nel corso dei secoli, flagrum si è trasformato sempre di più fino a diventare il moderno odore Made in Sicily. Che dire? La lingua siciliana non smetterà mai di stupirci.

Foto di Giuseppe Romano

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